Ecosistemi marini a rischio per colpa delle mascherine monouso

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Ecosistemi marini a rischio per colpa delle mascherine monouso. Occorre studiare nuovi materiali biodegradabili. I Rotary Club italiani combattono l’utilizzo di mascherine e guanti monouso non biodegradabili che ha peggiorato l’inquinamento sia a terra, sia in mare. Si può già iniziare a ridurre l’impatto del fenomeno con il promuovere dispositivi DPI riutilizzabili e smaltibili correttamente, per passare urgentemente a proporre nuovi materiali più consoni a risolvere il problema. I Rotary Club italiani già da alcuni mesi avevano segnalato il problema e il suo continuo peggioramento, inserendo anche questo tema nel Programma “Plastic Free Waters” che ha portata mondiale e coinvolge tutte le flotte dell’IYFR “International Yachting Fellowship of Rotarians”. A fine maggio l’ONG francese Opération Mer Propre (OMP) ha nuovamente richiamato l’attenzione su questa nuova minaccia per gli ecosistemi marini dopo aver scoperto moltissime mascherine usa e getta e guanti in lattice nei fondali del Mediterraneo.  Sono milioni e milioni di pezzi che ogni mese vengono dispersi nell’ambiente. Il pericolo è “che finiscano per diventare onnipresenti nell’ambiente” come avverte Joffrey Peltier di OMP. “Sarà l’inquinamento del futuro se non viene fatto nulla ,,,”
“Presto correremo il rischio di trovare più maschere che meduse nel Mediterraneo” ha aggiunto Laurent Lombard di Opération Mer Propre.
Scegliere di acquistare mascherine riutilizzabili e lavabili, ormai ampiamente in commercio, e di lavarsi più spesso le mani anziché continuare a cambiare i guanti possono essere due azioni semplici, ma di grande aiuto per ecosistemi. “Con tutte le alternative che abbiamo – ha continuato Joffrey Peltier – la plastica non può essere la soluzione per proteggerci da COVID-19. Questo è il messaggio”.
Il Rotary con l’associazione Mare Vivo sta valutando i rischi ambientali connessi allo smaltimento, dopo il loro utilizzo dei DPI, con conseguente dispersione nell’ambiente e, in particolare, nel mare.
Si parla di quasi novanta milioni di mascherine giornaliere, solo in Italia e ci si domanda dove finiranno questi quantitativi enormi dopo l’uso. Cosa si sta pianificando per evitare che DPI magari contaminati finiscano dispersi nell’ambiente? Come si affronta il problema dello smaltimento? Fino ad ora l’urgenza di averne in enormi quantità stava evidenziando la necessità di produzioni sul nostro territorio. Comunque sia, ora occorre ridisegnare le caratteristiche e i materiali dei DPI in modo da consentirne il riuso in condizioni di sicurezza.
La sfida che il sistema produttivo è chiamato a raccogliere per lo sviluppo del Paese richiede la messa a punto di nuove tipologie di DPI compatibili con l’economia circolare.
Efficacia e durata dipenderanno dai materiali utilizzati: già ora molti sopportano – senza deformarsi – un lavaggio acqua e sapone a 60°, come indicato anche recentemente dall’Iss, che per realizzare le mascherine fai da te consiglia tessuti di cotone. Ma l’aspetto filtrante con l’uso del solo cotone è molto limitato, o addirittura assente.
Massimo Banchi, titolare di Maison Banchi con sede a Prato, ha affrontato con decisione questo tema negli ultimi mesi, ed è stato uno dei primi fin da marzo scorso a seguire l’appello del Governo e  riconvertire la produzione per intervenire a limitare i danni del coronavirus fin da subito.
“Le nostre sono mascherine di contenimento. Non sono mascherine chirurgiche e non sono DPI. Per questo possiamo progettare e sperimentare sempre nuovi materiali in linea con le disposizioni, ma senza impattare su burocrazie inutili. Sono mascherine che trattengono perfettamente aerosol, schizzi e droplet.
Sono le cosiddette mascherine di cortesia che evitano il contagio delle persone esterne, evitando che chi le  porta  possa trasmettere goccioline e droplet e di conseguenza il virus.
Sono fatturabili con iva 22%, ma logicamente non possono essere immesse sul mercato a soli 50 centesimi. In farmacia le trovate a 5 – 6 euro, ma se considerate che sono riutilizzabili e lavabili per almeno 10 volte, il loro prezzo diventa ancor più conveniente di quelle chirurgiche che vanno gettate ogni 4 ore. Inquinando molto di più delle nostre, che già oggi in gran parte utilizzano materiali biodegradabili. Anzi, fra poco, appena concluderemo la sperimentazione, potremmo avere mascherine biodegadabili al 100%”.
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