Medici in fuga, in 8 anni 9.000 emigrati all’estero

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Non ci dimentichiamo di loro. Nel pieno dell’emergenza sanitaria abbiamo capito quanto sia importante dare importanza a questo settore. Come spesso accade ad emergenza finita, le cose rimangono come prima.

Sono davvero molti i medici, gli infermieri e tutti gli operatori sanitari, che vivono e lavoro in condizioni precarie. Con la salute dei cittadini non si scherza. I dati riportati dalla Corte dei Conti nell’ultimo Rapporto sul coordinamento della Finanza pubblica, parlano da soli: negli ultimi 8 anni, sono oltre 9.000 i medici formatisi in Italia che sono andati a lavorare all’estero.

Regno Unito, Germania, Svizzera e Francia sono i mercati che più degli altri hanno rappresentato una soluzione “alle legittime esigenze di occupazione e adeguata retribuzione quando non soddisfatte dal settore privato nazionale”.

Una vera e propria “fuga” dall’Italia per mancanza di posti e bassi stipendi. Una condizione che, sottolineano i magistrati contabili, “pur deponendo a favore della qualità del sistema formativo nazionale, rischia di rendere le misure assunte per l’incremento delle specializzazioni poco efficaci, se non accompagnate da un sistema di incentivi che consenta di contrastare efficacemente le distorsioni evidenziate”.

La concentrazione delle cure nei grandi ospedali verificatasi negli ultimi anni e il conseguente impoverimento del sistema di assistenza sul territorio, divenuto sempre meno efficace, ha lasciato la popolazione italiana “senza protezioni adeguate” di fronte all’emergenza Covid. E’ quanto scrive ancora la Corte dei Conti in un approfondimento sulla sanità contenuto nell’ultimo Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica.

Anche nel 2019 i dati resi noti dalla Commissione UE, sottolineavano il problema: la percentuale di medici italiani che espatriano per lavorare all’estero è la più alta in Europa: i camici bianchi che si formano in Italia e successivamente emigrano rappresentano il 52% del totale, mentre in seconda posizione si collocano i colleghi tedeschi (19%).

Ad attirare i camici bianchi all’estero sono più meritocrazia, migliori prospettive di carriera, stipendi elevati, assenza di turni massacranti, meno tasse per chi lavora intramoenia.

A rappresentare un territorio appetibile per i medici italiani sono gli Emirati Arabi, dove l’offerta lavorativa comprende una retribuzione variabile tra 14 e 20 mila euro mensili, l’abitazione, la scuola, assistenza, autista e interprete.

Ad aprire le porte ai medici specialisti italiani sono anche Gran Bretagna, Svizzera, Francia, Germania, Belgio e Olanda. “La situazione italiana è paradossale – affermò il segretario nazionale del sindacato Anaao Assomed Carlo Palermo – da una parte alcune regioni decidono di assumere neolaureati, medici in pensione o specialisti dalla Romania perché nelle corsie c’è carenza di medici.

Dall’altra ci sono 10mila medici specializzati in attesa di chiamata, e altri 6mila che stanno frequentando l’ultimo anno di specializzazione ma nessuno li assume per via del blocco del turn over e del contratto fermo da dieci anni. In tanti vanno via, anche per fare la specializzazione visto che da noi non ci sono borse di studio sufficienti”.

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