L’emozione del presente: vivere

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“Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. L’anima non cresce più.”

Piene di luce, queste parole sono tratte dal componimento Il pianto della scavatrice, presente in tutta la sua carica in una delle più belle raccolte del Novecento italiano, Le Ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini (1957).

Sull’autore, come del resto sulla poesia qui riportata, sarebbero moltissime le cose da dire, ma non è questa la sede per un’analisi di letteratura. Piuttosto, estrapolando l’incipit dal contesto in cui si trova – in cui sono forti e dense di significato la militanza civile del poeta e l’analisi della nuova Italia che sta nascendo dalle macerie della guerra – possiamo sevirci del brano per riflettere sulla gioia e l’emozione che libera il respiro del presente nell’attimo in cui è vissuto.

Pasolini è infatti chiaro in quello che vuole dirci. Non conta ciò che abbiamo incontrato e conosciuto nel passato. Contano invece l’amare e il conoscere nel presente, conta il “vivere la vita”, cioè, nel momento in cui viviamo.
Il passato, e quindi il vivere di un consumato amore, il ricordare ciò che non c’è più, altro non fa che caricarci di angoscia e di triste dolore impedendo alla nostra fragile anima di crescere e di evolversi in limpida purezza.

La luce tra presente e futuro

L’io poetico – che per patire condiviso siamo anche noi che leggiamo e che proviamo sentimenti – racconta il proprio senso di smarrimento durante una passeggiata per la periferia di Roma. Non si riconosce in ciò che amava e non si identifica in ciò che prima considerava gioia nel proprio essere. Si sente stanco e in solitudine, ma, se leggiamo con attenzione il testo, presto intuiamo che non è esclusa la possibilità di una luce in fondo al buio.

E la luce che perdiamo di vista quando siamo tristi di noi stessi ripensando ai trascorsi più felici, perchè non potrebbe già esserci nel presente che stiamo vivendo?
Che senso ha, inoltre, disperarsi se una gioia del passato non ci dà sollievo nel presente? Non è che in questo modo, nostalgici di una situazione o di un’emozione gloriosa ma lontana nel tempo, non riusciamo a vedere le cose dell’oggi con chiarezza e passione? Non è che così facendo, in relazione alle persone e alle cose che abbiamo intorno, ci rinchiudiamo in noi stessi precludendoci la possibilità di dare e ricevere amore?

Spesso celebriamo il passato perchè nel passato abbiamo trovato la serenità. Perchè, però, nell’atto di ricordare dimentichiamo che stavamo vivendo l’amore del presente nel presente stesso e ci impadroniamo invece di un nostalgico sentimento in un consumato amore?
Dobbiamo tenere a mente questo dettaglio e trasferirlo nell’adesso prima che possiamo. Certo non è operazione semplice, perchè la mente molte volte lavora per conto proprio, ma forse si tratta semplicemente di abbandonarsi al flusso in cui scorriamo e cercare le cose con più semplicità, senza rincorrere i tempi che furono.

La gioia, la serenità e l’attimo di un semplice sollievo – come quelli che Pasolini scopre nell’animo innocente, spontaneo e divertito dei giovani del proletariato urbano nonostante un’Italia che nel suo insieme sta perdendo la propria essenza – potrebbero essere molto più vicini di quanto immaginiamo.

E la notte che si fa alba e che piano piano mostra la luce nel nostro presente potrebbe simboleggiare la forza e la vita che già si intrecciano nel futuro, la cui la speranza è che tutti ammireremo senza il peso dei ricordi del passato.