Le relazioni internazionali nel post guerra fredda

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La fine del mondo comunista, anche se è avvenuta in un brevissimo arco di tempo (1989 e il 1991) ha rappresentato in realtà uno sviluppo più lungo e complicato di quanto non si sia spesso asserito.

A livello politico, l’invasione dell’Afganistan aveva dimostrato una certa soggezione dell’Unione Sovetica per la propria sicurezza, e le fratture profonde all’interno del blocco socialista Europeo si palesarono con la crisi polacca del 1980/1981. L’arrivo di Gorbacev al Cremlino oggi viene interpretata come l’ultimo tentativo di riformare un sistema in forte crisi.

Gli USA sono l’unica superpotenza rimasta dopo il crollo dell’URSS, inizia ad affermarsi la globalizzazione e per quanto riguarda gli equilibri politici si prospetta la nascita di un nuovo ordine internazionale. L’idea di un “nuovo ordine internazionale” è maturata nel contesto della fine della guerra fredda. Era infatti chiaro che dapprima la crisi, in seguito la fine dell’URSS nonché la relativa debolezza della Repubblica Popolare Cinese offrivano la possibilità per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU di assumere decisioni importanti senza incorrere nel rischio di un veto, come era accaduto molto spesso negli anni del conflitto fra Est e Ovest.

Per di più si diffuse l’idea che il sistema internazionale vedesse ormai la presenza di un’unica “superpotenza”, gli Stati Uniti, che avrebbe esercitato una sorta di “influenza positiva” sulle sorti del mondo, evitando, ove possibile, interventi diretti e lasciando a organismi multilaterali il compito di risolvere i problemi internazionali. In questa situazione si affermò inoltre la tendenza al cosiddetto “intervento umanitario” attraverso azioni di “peace keeping” o di “peace enforcing” in occasione del manifestarsi di crisi locali.

Il “nuovo ordine internazionale” vedeva una forte premura nei confronti della difesa dei “diritti umani”, una tendenza che riscosse d’altronde l’approvazione di ampi settori delle opinioni pubbliche occidentali, di varie organizzazioni non governative e dei media. Tutti questi fattori si inserivano nell’ambito più ampio del processo di globalizzazione che si riteneva – non si sarebbe fermato all’economia, ma si sarebbe esteso alla società e alla politica in un mondo che si sarebbe omologato intorno ai principi del libero mercato e della democrazia liberale.

Tutto il decennio degli anni ‘90 si distinse per un’atmosfera decisamente ottimista, ma con gli attentati terroristici dell’11 settembre la situazione cambiò e inizio così lo “scontro di civiltà”.

L’ipotesi di un “declino americano” è sorta da un lato di fronte alle difficoltà di carattere politico e militare manifestatesi con la “guerra al terrore” dell’amministrazione Bush jr. soprattutto in occasione del conflitto in Iraq, dall’altro nel 2007 con l’esplodere della crisi finanziaria, la quale però avrebbe finito con l’estendersi su una scala globale.

Nella interpretazione, ma meglio sarebbe parlare di “rappresentazione”, dei “media” occidentali il passaggio all’amministrazione Obama fu sufficiente per parlare di una “rinascita americana”. In realtà il ridimensionamento del ruolo internazionale degli Stati Uniti appare evidente, ma forse più per la presenza di alcuni attori divenuti particolarmente forti, soprattutto la Cina, che per un rapido e inarrestabile “declino americano”; non va trascurato come gli Stati Uniti continuino ad essere un fondamentale polo economico su scala mondiale e la maggiore potenza militare esistente.

Ciò non deve naturalmente far trascurare il ritorno della Russia, dopo in fondo un periodo di crisi relativamente breve, all’ambizione di svolgere una funzione internazionale di rilievo, nonché le crescenti ambizioni della Cina e dell’India.

Oggi L’Europa vive una fase di grande instabilità e di smarrimento, causati in larga misura dalla crisi economica, da fenomeni di difficile gestione quali i flussi migratori, e da una identità sempre più debole. In linea di massima si può affermare come si sia infranto, con le dovute differenze fra paese e paese, quel rapporto di fiducia il quale consentiva alle élites europee di godere del favore delle opinioni pubbliche, sulla base di uno scambio che sembrava assicurare ai cittadini europei il benessere economico, istituzioni democratiche e un valido sistema di “welfare” in cambio di una sorta di “delega” delle decisioni in materia economica e sociale alle stesse élites.

Nel quadro attuale è probabile che si manifesti una parziale ripresa dell’europeismo di fronte a un certo grado di ripresa economica e a un mutamento, anche se spesso non dichiarato, delle politiche migratorie. Il futuro del “vecchio continente” resta comunque instabile, legato alla volubilità dei mercati, alle capacità delle leadership politiche di alcuni stati membri, fra tutti la Germania e la Francia, di esprimere politiche efficaci e coerenti.

L’Europa è inoltre prossima ad alcune zone di crisi particolarmente gravi, come in Medio Oriente, ed ha un vicino “ingombrante” come la Federazione Russa, nonché un’amministrazione statunitense, meno interessata alle sorti e agli equilibri europei e che persegue una politica estera oscillante. Tutto ciò crea un quadro che nel complesso resta instabile.