Gabriella Ferri: la voce che rende nuove le vecchie canzoni

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Gabriella Ferri, cantante e interprete superba della canzone italiana, pop, folk, in particolare le canzoni popolari romane, ma anche napoletane, siciliane, con stornelli, ninne nanne, canzoni della mala, propone uno stile unico e inimitabile. Ha deliziato con la sua personalità dirompente, verace, schietta, simbolo della romanità pura. Un vero talento, attratta da più generi musicali dai stornelli al jazz, tango, flamenco, “una persona estremamente larga”, come la definisce il figlio Seva.

La sua voce, la grande personalità e presenza scenica, con i suoi travestimenti, il trucco, la teatralità, capace di rendere qualsiasi vecchio brano, un capolavoro come “Io cerco la Titina”, proposto con una tale intensità e drammaticità, da farlo diventare nuovo e indimenticabile. Nelle sue corde, qualsiasi nota o parola diventa sensata e profonda pur non avendone. Un dono, che contamina i brani con la sua anima. Tra i suoi successi: Barcarolo romano, Grazie alla vita, Sempre, Sennò me moro, Stornelli di Porta romana, Lasciami sola, Chitarra romana, Le mantellate.

Gabriella, nasce a Roma il 18 settembre 1942, e si spegne il 3 aprile 2004, a Corchiano sembra per una caduta dal balcone, forse un capogiro. Si ipotizza un malessere per l’uso di barbiturici o suicidio, già tentato nel 1975.

Comunque Gabriella, cresce in una famiglia modesta, il padre Vittorio, è un venditore ambulante di dolci, lamette e lacci, con la passione per gli stornelli e il ballo, tanto da essere definito nel quartiere “Er meglio tacco de Roma”. Lascia presto la scuola, alla quarta elementare, bella, vuole fare l’indossatrice, svolgendo diversi lavori per mantenersi, tra cui l’operaia e la commessa. Gabriella in questo periodo, stringe amicizia con Luisa De Santis, figlia del regista Giuseppe di “Riso amaro” e formano una coppia canora “Luisa e Gabriella”, con “un repertorio … folk romano”. Con lei, vive un periodo sereno, di condivisione e leggerezza, proponendo spettacoli e canti popolari. Si spostano a Milano, ospitate da Camilla Coderna, che le introduce nell’ambiente intellettuale di artisti e giornalisti. E nel 1963 si esibiscono nel locale all’Intra’s Club, con l’aiuto di Enzo Iannacci. Ripropongono in modo del tutto nuovo il primo 45 giri, un brano popolare “La società dei magnaccioni”, che si rivela un grande successo. Nel 1964, inoltre viene invitata da Mike Buongiorno nella trasmissione televisiva “La fiera dei sogni”, dove canta “La società dei magnaccioni” e vende circa dodicimila copie. Con il successo registrano nuovi brani popolari in “una loro personale visione”, anche in siciliano come Ciuri ciuri, poi “La povera Cecilia”, “E’ tutta robba mia”, “La Manfrina” con le musiche di Ennio Morricone. Il suo debutto al Bagaglino, teatro di Roma invece, risale al 1965.

Luisa, intanto decide di ritirarsi e la Ferri continua da solista, incidendo nuovi album, e andando in tournée nel Canada, il  1966, con Caterina Bueno, Otello Profazio, Lino Toffolo, cantando la loro musica popolare. Al suo ritorno in Italia si esibisce al Bagaglino, diventa la cantante ufficiale del teatro, e si delinea il suo personaggio eccentrico, trasformista. Con la casa discografica ARC incide “E scesa ormai la sera” e “Ti regalo i miei occhi”. Appare anche al Piper Club nel 1969. Partecipa al festival di Sanremo con Stevie Wonder, che cantano “Se tu ragazzo mio”, scritta da Piero Pintucci e il padre, ma viene eliminata. Ottiene però un grande successo e viene riproposta da altri artisti come Nada.

Seguono altri successi nuovi “Sinnò me moro” e popolari come “Ciccio Formaggio”, e note collaborazioni con Vittorio Nocenzi, Carlo Rustichelli. Famoso il duetto con Claudio Villa che “stornellando, i due si dicono le cose peggiori”. Lavora vicino a Enrico Montesano, Pippo Franco, Oreste Lionello e stringe amicizia con Patty Pravo, Mia Martini. La Ferri diventa la rappresentazione fisica di Roma, e delle sue tradizioni, rinnovando il repertorio della canzone popolare, aggiungendo alla musica e al testo una visione drammatica e reale, come attrice, cabarettista. Riesce ad essere credibile anche con “Dove sta Zazà?”, canzone napoletana, difficile da interpretare, eppure lei nella sua grandezza, non solo ci riesce, ma la ricrea con la sua arte e il suo mondo facendola diventare sua e resta Sua! Tutte le canzoni riproposte diventano Sue e indelebili.

Conduce anche dei programmi televisivi, tra cui nel 1973 “Dove sta Zazà?”, e la “struggente sigla di chiusura, “Sempre”, composta da Mario Castellacci e Franco Pisano”. Nel 1975, dopo il grande successo con il programma precedente propone Mazzabubù, con la direzione di Antonello Falqui e scritto da Pier Francesco Pingitore.

Partecipa al “Giochiamo al varieté”, nel 1980 e poi per alcuni anni vive negli Stati Uniti. In seguito, al suo ritorno Paolo Conte scrive alcune canzoni per lei, e interpreta la sigla del Bagaglino. Collabora anche con la Piccola Orchestra Avion Travel e si esibisce con loro nel 1996, al Premio Tenco di Bordighera, definita come “ultima uscita artistica”, e al 1997 risale l’ultimo album “Ritorno al futuro”.

Gabriella Ferri, nel periodo in cui vive in America Latina, diventa una vera diva, interpretando brani classici del luogo in modo magistrale, con l’album, “Remedios”. Canzoni come: “La paloma”, “Cielito lindo”, “La cucaracha”, simbolo della ribellione del popolo, “La malagueña”, e “Grazie alla vita”, “l’inno di Violeta Parra”, cantante cilena, morta suicida nel 1967, che soffriva di depressione. Probabilmente questa canzone è tra quelle che le somigliano di più. Traduce anche le sue canzoni in spagnolo “Ti regalo gli occhi miei”, “Notte serena” e “Se tu ragazzo mio”, premiati con “ben tre dischi d’oro vendendo più di un milione e mezzo di dischi solo in Venezuela, quasi tre milioni in Argentina e due milioni in Messico”. Gli ultimi anni nel 2002, appare nel programma di Pino Strabioli “Cominciamo bene Prima” e a “Buona Domenica” di Maurizio Costanzo.

Per quanto riguarda la vita privata agli inizi, ha una breve relazione con Renzo Arbore, e poi sposa nel 1967, Giancarlo Riccio, un diplomatico, ma si lasciano solo dopo due anni. Si risposa una seconda volta con Seva Borzak, “amministratore di una società venezuelana”, a cui resta legata. Da questo amore nasce un figlio Seva Borzak Jr.

Soffre in questi anni di una grave depressione, ha paura di tutto, della gente, di esibirsi, di vivere. Un malessere che l’accompagna da sempre e che probabilmente trasforma in arte, facendone la sua grandezza. Lei stessa ammette di avere “qualcosa dentro che mi travolge mi sconvolge”, e cerca con l’uso di psicofarmaci di mantenersi tranquilla. Si ritira negli ultimi anni in un paese del Viterbese, Corchiano, dove poi muore. Ma ammette che la campagna la intristisce, l’annoia. In effetti, resta difficile immaginare la Ferri, simbolo di Roma, nata a Testaccio, vissuta a Campo de’ Fiori, sopra il ristorante La Carbonara, che raccoglie i sampietrini, e se li porta a casa, come raccontano suo figlio, e Strabioli durante le loro passeggiate notturne, come possa aver lasciato la sua amata città, per un luogo tanto diverso dal suo.

E sembra tra le tante curiosità, che il periodo in cui abita sopra il noto ristorante, sapendo che Pasolini lo frequenta spesso, scenda ogni tanto con la scusa di acquistare qualcosa, per incrociare lo sguardo del grande poeta e regista. Pasolini poi scrive per la Ferri “Il valzer della toppa”, altra canzone che la rappresenta, di una prostituta, che solo ubriaca, riesce a sfuggire all’umiliazione del suo mestiere e a vivere con stupore e allegria.

Invece, l’idea di riproporre la “Società dei magnaccioni”, nasce ascoltando un vecchio disco al mercato del Sannio, con la sua amica Luisa. Inoltre, ama dipingere, disegna ovunque Madonne in uno stile orientale, mistico, venerandola. Gabriella, non cerca il successo, ma “ha sempre vissuto come una persona semplice”, fra la gente comune.

Gabriella, per Fellini è “Una voce, una faccia, un clown”. Una artista “immensa” per tutti: fragile, bella, carismatica, indifesa, inadeguata, complicata, eccessiva una “stanza  piena o vuota”, “grassa o magra”, difficilmente gestibile. Misteriosa, inafferrabile, scompare e riappare, si mostra e si nega. Una madre dolcissima, protettiva e apprensiva, che ama la famiglia, e comunica con tutti senza posa. Afflitta dalle sue paure passa anche giornate al buio, da sola. Tutta la  drammaticità, il dolore, i  tormenti, vengono rielaborati ed espressi nella sua voce, restituiti come un pianto liberatorio tra parole musicate. Il suo carattere la rende “un mistero per sé e per glia altri”, “carne e cuore indifesa”. Forse soffocata dalla sua stessa grandezza. Resta viva nel tempo per “Sempre” e non “come un vecchio ritornello che nessuno canta più”, ma ferma nella memoria e ben oltre la sua stessa città. Dopo la sua morte Alda Merini, che il dolore lo [ri]conosce, le dedica una poesia, come omaggio alla sua sensibile e umana unicità:

Sei libera finalmente

a quei dolori del sogno…da tanti sordidi amori non ricambiati o forse rifiutati per sempre,

perché noi

con queste chiome sparse per terra non facciamo che lavare i piedi

di coloro che non ci accolgono. La donna artista

deve volare alto

ma non volevo che tu

avessi una brutta compagna

come la morte”.