Cucchi, Musarò: “Pestato a morte. Tedesco importante, ma poca rilevanza probatoria”

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E’ iniziata ieri la requisitoria del Pubblico Ministero Giovanni Musarò nell’aula bunker di Rebibbia, negli ambiti del processo relativo alla morte di Stefano Cucchi, che vede alla sbarra cinque Carabinieri. Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale (per quest’ultimo anche l’accusa di falso); Roberto Mandolini accusato di falso e calunnia, Vincenzo Nicolardi accusato di calunnia.
La seconda parte della requisitoria è in programma per giovedì 3 ottobre.

Primo processo “kafkiano” non per sciatteria ma per un “depistaggio scientifico”

«Il primo processo quello che vedeva imputati per il pestaggio di Stefano Cucchi tre agenti di polizia penitenziaria fortunatamente sempre assolti è stato un processo kafkiano con gli attuali imputati seduti all’epoca sul banco dei testimoni con cateteri applicati a Cucchi per comodità, e fratture lombari non viste apposta da famosi ‘professoroni’. Tutto ciò non è successo per sciatteria ma per uno scientifico depistaggio cominciato la notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009 alla stazione Appia dei carabinieri, quando il ragazzo venne arrestato». E’ quanto ha detto il PM Musarò in aula all’inizio della sua requisitoria.

«Non possiamo fare finta che quella notte non sia successo niente e non capire che si stava giocando una partita truccata all’insaputa di tutti».

Una caduta a terra in caserma che gli è costata la vita

«Quella caduta è costata la vita a Stefano Cucchi» è quanto ha affermato il Pubblico Ministero  giustificando così l’accusa di omicidio preterintenzionale contestata a tre carabinieri Alessio Di Bernardo Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco ritenuti i protagonisti del pestaggio subito da Cucchi nella caserma della stazione Appia. Circostanza che poi lo stesso Tedesco sentito durante il processo ha confermato chiamando in causa i due colleghi.

Francesco Tedesco. Le sue dichiarazioni hanno abbattuto il muro del silenzio

«In questo processo l’unico che ci ha messo la faccia è stato il carabiniere Francesco Tedesco. Nessuno si è presentato per rendere dichiarazioni spontanee». E’ quanto Musarò ha evidenziato

Poca rilevanza probatoria ma valenza simbolica

«La dichiarazione di Tedesco – ha aggiunto il Pm – non costituisce uno snodo fondamentale dal punto di vista probatorio perchè quello che lui ha detto durante le indagini preliminari a partire dal giugno 2018 e in aula davanti alla corte d’Assise, era già stato ricostruito dalla Procura. Ma ha una valenza simbolica significativa perchè rappresenta la caduta del muro. Noi dimostreremo che sul caso Cucchi esisteva una linea dell’Arma, ma quando Tedesco ce lo ha detto per la prima volta l’indagine sui depistaggi non era ancora iniziata».

Stefano Cucchi ha parlato in aula attraverso la testimonianza del detenuto Lainà

«Stefano Cucchi ha lasciato una sorta di testamento al detenuto Luigi Lainà che il 16 ottobre del 2009 incontrandolo al centro clinico di Regina Coeli gli chiese chi fosse stato a ridurlo così. “Sono stati due carabinieri in borghese da cui sono passato”. E quando Lainà è venuto il 20 marzo del 2018 a dirlo in corte d’Assise è come se fosse stato Cucchi a parlare in aula con la voce di questo detenuto». Ha detto Musarò.

«Gli ho chiesto di alzarmi la maglietta. E lui mi ha mostrato la schiena era uno scheletro sembrava un cane bastonato roba che neanche ad Auschwitz».

Queste le parole di Luigi Lainà citate dal PM Musarò davanti alla Corte di Assise a proposito del pestaggio subito da Stefano Cucchi che il detenuto aveva incontrato al centro clinico di Regina Coeli il 16 ottobre del 2009.

«Aveva il costato di colore verdognolo-giallo come quello di una melanzana – era stato il ricordo di Lainà -. Gli ho chiesto se a ridurlo così fosse stato qualcuno della penitenziaria… ero pronto a fare un casino… e invece lui rispose che erano stati i carabinieri che lo avevano arrestato… ‘Si sono divertiti’ mi aggiunse».

Stefano aveva un rapporto stretto con la sua famiglia, specie con il padre

«C’era un rapporto strettissimo, un legame strettissimo tra Stefano Cucchi e sua famiglia». Lo ha ricordato il Pm Giovanni Musarò. «In particolare – ha aggiunto il magistrato – il rapporto era con il padre Giovanni che è quello che la mattina alle 9, dopo aver subito da parte dei carabinieri una perquisizione in casa, circostanza sicuramente mortificante per questo uomo, si era presentato a piazzale Clodio per supportare ed abbracciare il figlio che era stato arrestato».

Ha perso 6 kg in 6 giorni per il dolore

Quando venne arrestato, Stefano Cucchi pesava 43 kg. Ne pesava 37 quando morì. «Questo notevole calo ponderale – ha spiegato ancora il pm Giovanni Musarò – è riconducibile al trauma dovuto al violento pestaggio, non certo a una caduta come si disse all’epoca. Lui perse 6 kg in 6 giorni. Non mangiava perché aveva dolore, stava male. E per il dolore non riusciva neppure a parlare bene»

Riccardo Casamassima e Maria Rosati, testimoni attendibili

Per il PM Giovanni Musarò sono da considerare «pienamente attendibili» le dichiarazioni che i carabinieri della stazione di Tor Vergata Riccardo Casamassima e Maria Rosati resero nel maggio del 2014 all’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi.

«Le presunte criticità sollevate dai difensori degli imputati di questo processo – ha insistito il Pm – non solo non hanno scalfito ma hanno pure dato forza al grado di attendibilità e credibilità di questi due testimoni. Loro sono stati pure intercettati per cui possiamo dire che le testimonianze rese in Procura, ovviamente riscontrate, si sono rivelate genuine. Casamassima e Rosati erano l’ultima ruota del carro, possibile che non avevano messo in conto che avrebbero avuto contro tutto e tutti parlando del caso Cucchi?».

«E’ successo un casino – era il ricordo di Casamassima – i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato: il maresciallo Roberto Mandolini – imputato di falso e calunnia – me lo disse portandosi la mano sulla fronte e precipitandosi a parlare con il comandante Enrico Mastronardi della stazione Tor Vergata. Seppi da quella che è poi diventata la mia compagna, Maria Rosati, e che assistette al colloquio perché faceva da autista di Mastronardi, che stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei capì il nome Cucchi, ma all’epoca non era ancora una vicenda nota perché non era morto». Per il pm, quel colloquio avvenne il 17 ottobre del 2009, due giorni dopo l’arresto di Cucchi. Casamassima e Rosati hanno poi ripetuto nel processo in assise quanto detto in Procura.