Le notti bianche di Fëdor Dostoevskij, un romanzo dal gusto particolare descritto da Antonietta Pezzullo

Antonietta Pezzullo ci parla di un romanzo unico, ricco di illusioni e sentimento.

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Ci sono racconti  che regalano brani particolarmente lirici, accarezzano l’anima e la catturano per sempre. Le notti bianche scritto, nel 1848 da Fëdor Dostoevskij è tra questi. Il romanzo delinea un ritratto etereo, poetico del sognatore, del suo mondo interiore in cui si rannicchia ed evade, identificandolo con il protagonista. Tutto si svolge in quattro notti in una Pietroburgo assonnata e spettrale, dove durante una passeggiata notturna, il solitario protagonista incontra una giovane, Nasten’ka. Tra i due inizierà un dialogo intimo, alternato alle illusioni costanti del protagonista di poter finalmente vivere e materializzare un nuovo sentimento.

Il sognatore appare staccato dalla realtà, estraniato nei suoi pensieri cerca di compensare il vuoto con le letture e tanta immaginazione. La donna gli parlerà del suo amore perduto, che le aveva chiesto un anno di attesa, lasciandola  nello sconforto e che  inaspettatamente farà ritorno, infrangendo le aspettative del protagonista. Infatti, il giovane ritornerà alla sua solitudine, vedendo sfumare quei brevi momenti di esaltazione, speranza e chiedendosi se “un minuto intero di beatitudine!

E’ forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?…” Il sognatore allora, deluso si ritrae nel suo guscio per cercare sollievo e  “rovista nei suoi vecchi sogni, come fra la cenere… cercandovi una piccola scintilla” per “ far risorgere ciò che prima gli era così caro”. Dostoevskij esprime con estrema delicatezza chi con la mente si assenta, si arma di colori ed emigra. Lo eleva e nobilita in una realtà pura, non contaminata dalle pochezze dell’esistenza, fino a definire il sognatore non come “una persona”, ma come un essere “neutro” che si “stabilisce il più delle volte in qualche angolo inaccessibile… simile in questo atteggiamento a quell’interessante animale che è animale e casa insieme, che si chiama tartaruga “. Il sogno per Fëdor come pausa, distacco romantico per liberarsi e tollerare il volto duro e cinico del mondo. Un rifugio sospeso dove tutto si distrugge e si crea. In fondo non c’è luogo che salva, se non quello che con la mente sfuggendo si costruisce. E che spesso risulta più vero e migliore.