Speriamo che non sia solo pubblicità, perché in ballo c’è la salute e il rispetto dei cittadini. Si delinea il nuovo Piano nazionale di governo delle liste d’attesa (Pngla) per gli anni 2018/2020. Previste quattro classi di priorità per le prestazioni ambulatoriali (visite e analisi), con l’indicazione dei tempi massimi da rispettare, superati i quali la Asl dovra’ intervenire con l’intramoenia che costera’ ai cittadini solo il ticket. Le categorie sono: Urgente entro 72 ore; Breve entro 10 giorni; Differibile entro 30 giorni per le visite o 60 giorni per le analisi; Programmata entro 120 giorni. Quattro classi anche per i ricoveri: A (casi gravi) entro 30 giorni; B (casi clinici complessi) entro 60 giorni; C (casi meno complessi) entro 180 giorni; D (casi non gravi) entro 12 mesi.
Il piano, anticipato da Quotidiano Sanita’, conferma la possibilità di ricorrere all’intramoneia “aziendale” a carico dell’azienda come strumento “eccezionale e temporaneo” per abbattere le liste d’attesa. Si propone di condividere un percorso per il governo delle liste di attesa, finalizzato a garantire un “appropriato, equo e tempestivo accesso dei cittadini ai servizi sanitari che si realizza con l’applicazione di rigorosi criteri di appropriatezza, il rispetto delle Classi di priorità, la trasparenza e l’accesso diffuso alle informazioni da parte dei cittadini sui loro diritti e doveri”. Per la sua piena attuazione verrà istituito, presso la Direzione Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute, l’Osservatorio Nazionale sulle Liste di Attesa composto da rappresentanti del Ministero della Salute, dell’Agenas, delle Regioni, dell’Istituto Superiore di Sanità e dalle Organizzazioni civiche di tutela del diritto alla salute.
Ad oggi il dramma delle lista di attesa è indescrivibile: tredici mesi per una risonanza magnetica o per una visita psichiatrica. Dodici per una Tac o una mammografia. Dieci per l’ecodoppler. Dati che riguardano esami cruciali, spesso salva-vita, che però non si riescono a prenotare in tempo nelle strutture sanitarie pubbliche, vanificando talvolta il valore di diagnosi preventive. Come se le malattie e i problemi potessero attendere oltre un anno, in stand-by, prima di peggiorare. Il quadro si aggrava se si pensa che pagando privatamente i tempi si accorciano anche di dieci volte. Ma non tutti possono permetterselo. E così l’Italia resta inesorabilmente indietro costringendo i cittadini ad aspettare in queste liste d’attesa infinite il proprio turno.
Qualche mese fa il Rapporto annuale sugli ospedali curato da Ermeneia per conto dell’Aiop, l’associazione delle cliniche private, denunciava un fenomeno diffuso: il 59,2% dei pazienti preferisce pagare la visita a un medico specialista per accelerare i tempi delle prestazioni mediche. Lo stesso rapporto, uscito a gennaio 2018, sottolineava che il 46,5% di chi sceglie di pagare lo fa proprio per aggirare le liste d’attesa troppo lunghe. Si rivolge ai privati oppure cerca di passare avanti tramite l’intramoenia.