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100 anni fa la battaglia del Solstizio

| 17 Giugno 2018 | CULTURA

Esattamente 100 anni fa veniva combattuta, nella pianura e sulle prealpi venete, la seconda battaglia del Piave, passata alla storia col nome di battaglia del Solstizio, così come la definì il poeta Gabriele D’Annunzio. Quell’aspra battaglia tra italiani ed austro-ungarici non fu semplicemente uno dei tanti scontri della Prima guerra mondiale ma ebbe, per noi italiani, un alto valore simbolico e patriottico.

Nella notte del 15 giugno 1918 l’artiglieria austro-ungarica aprì il fuoco contro le trincee italiane situate lungo la sponda destra del fiume Piave, nel cuore della pianura veneta. Il possente sbarramento dell’artiglieria segnò l’inizio di una cruenta battaglia che si sarebbe protratta per dieci giorni al prezzo di decine di migliaia di morti da ambo le parti. L’impero austro-ungarico, sebbene sollevato dal peso di dover combattere una guerra su due fronti, era fortemente indebolito da quattro anni di guerra e la sua capacità di continuare a combattere era ridotta al minimo. Il morale delle truppe era bassissimo, le diserzioni si contavano già nell’ordine delle migliaia, le numerosissime nazioni che componevano l’impero cominciavano a chiedere a gran voce l’indipendenza. In vista dell’imminente collasso per implosione, i comandi militari austro-ungarici giocarono la loro ultima carta: lanciare un’offensiva contro l’esercito italiano nella speranza di salvare il destino dell’impero con una vittoria militare.

Ma erano passati ormai ben sette mesi dalla catastrofe di Caporetto. L’esercito italiano aveva rinvigorito le proprie file grazie alla chiamata dei ragazzi del ’99 e agli aiuti forniti dagli alleati francesi e britannici. Al comando delle forze armate non vi era più il despota Luigi Cadorna bensì il generale Armando Diaz che armonizzò i rapporti tra militari e governo e si preoccupò di tenere alto il morale delle truppe al fronte. Insomma, l’esercito italiano si era ripreso da Caporetto ed era pronto ad affrontare l’offensiva nemica.

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Gli austro-ungarici attaccarono su due fronti. In pianura, dove tentarono di attraversare il corso del Piave per impossessarsi della sponda destra e da lì puntare verso Venezia, e in montagna, dove lanciarono un violento attacco per espugnare il massiccio del Monte Grappa e l’Altopiano dei Sette Comuni. Gli scontri furono violenti e sanguinosi fin da subito, in pianura come in montagna, e fu durante questa battaglia che nacque il mito immortale del Piave.

Il fiume divenne il simbolo dell’eroica resistenza dei fanti italiani i quali diedero la vita per difendere il suolo della patria dall’invasore straniero. Infatti, in seguito alla battaglia di Caporetto, l’Italia era passata dal combattere una guerra offensiva a una difensiva. Non si combatteva più per andare alla conquista dei territori nemici come durante il 1915-17, bensì per difendere la nazione dall’invasione straniera, e quindi proteggere la giovane indipendenza ottenuta poco più più di cinquant’anni prima proprio a danno dell’Austria. In poche parole il fiume divenne l’ultimo bastione della resistenza italiana: se la linea del Piave avesse ceduto, gli austro-ungarici avrebbero dilagato nella pianura padana e allora saremmo stati “tutti accoppati”. Ma il Piave fu molto più di un simbolo. Il fiume stesso, grazie a una piena fuori stagione, contribuì a rendere ancora più difficoltosa la traversata, come se i cannoni, le mitragliatrici e i fucili italiani non bastassero a rendere durissimo il compito degli assaltatori nemici. L’impetuoso corso d’acqua distrusse le passerelle e centinaia di soldati austro-ungarici morirono annegati.

Nei giorni immediatamente successivi alla battaglia il mito di quel fiume venne consacrato dalla Canzone del Piave (nota anche come La leggenda del Piave) scritta dal compositore napoletano Ermete Giovanni Gaeta e che fu, per pochissimi mesi durante il 1946, il nostro inno nazionale. La canzone è nota soprattutto per il celeberrimo verso il Piave mormorò non passa lo straniero divenuto ben presto lo slogan del sacrificio e dello slancio patriottico mostrato dai soldati italiani in quei giorni decisivi. La composizione della canzone, iniziata nei giorni seguenti la battaglia, fu ultimata soltanto al termine della guerra. Infatti le ultime strofe fanno riferimento alla ritirata austriaca verso Trento e Trieste che avvenne negli ultimissimi giorni del conflitto.

Durante la battaglia del Solstizio ci fu anche una vittima celebre. Il 19 giugno 1918 morì l’aviatore Francesco Baracca, probabilmente abbattuto dagli austro-ungarici. Egli fu il più celebre asso dei cieli dell’aviazione italiana: gli vennero attribuite 34 vittorie. Baracca aveva disegnato sulla fusoliera del suo caccia un cavallino rampante di colore rosso. Quello stesso cavallino sfreccia ancora oggi, per strada e non più in cielo, con un colore diverso, sulla carrozzeria delle automobili Ferrari.

TAG: Armando Diaz, battaglia del Solstizio, canzone del Piave, caporetto, Francesco Baracca, Grande Guerra, il Piave mormorò, Prima guerra mondiale
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