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Contr’Appunti – Pericolosi populisti. Anzi no.

| 15 Settembre 2017 | ECONOMIA, POLITICA

Una settimana fa circa è apparso su un noto giornale politico ed economico, ma non per questo meno foraggiato dallo Stato, un pregevole articolo di un altrettanto noto opinionista esperto “a vario titolo di quattrini” (per dirla con Luisella Costamagna).

Il Nostro, in sostanza, bolla i cosiddetti populisti (calderone che – nella visione raffinata dell’articolo – è buono per contenere Movimento 5 Stelle, Lega e chi più ne ha più ne metta, tutti insieme senza alcuna differenza) quali “irresponsabili pericolosi” e “ignoranti quasi inimmaginabili”, per poi concentrarsi in particolare su Claudio Borghi (responsabile economico della Lega), cui dà direttamente del “cretino” (peraltro in buona compagnia: sarebbero cretini anche Berlusconi, D’Alema e tutti i “borghesi” che hanno votato, nel tempo, l’uno o l’altro).

Tutta questa sicumera deriva all’illuminato articolista principalmente da tre circostanze: (1) i populisti non capirebbero che, “spendendo soldi presi a prestito sui mercati, se non si fanno risorse economiche incisive, si accumulano solo debiti e si pongono le premesse per il disastro finale“; (2) non capirebbero neppure che “fuori dall’Euro esistono solo crisi e inflazione, miseria e povertà“; (3) Borghi, in particolare, sosterrebbe che, siccome “la Bce detiene molti titoli italiani del debito pubblico, potrebbe strapparli e bruciarli, facendo un immenso favore all’Italia…“, potrebbe cioè “con un tratto di penna… cancellare… un migliaio dei nostri miliardi di debiti…“.

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Tralasciamo il punto (1), che merita un articolo a parte e analizziamo la fondatezza delle altre due obiezioni.

Fuori dall’Euro c’è solo crisi. La formulazione della frase, invero un po’ claudicante, lascia spazio a più interpretazioni concorrenti. Si potrebbe intendere che, secondo l’Autore, tutti gli Stati che non adottano l’Euro (gli Stati Uniti, la Svizzera, Singapore, il Giappone…) sono poveri e in crisi, ma la poca stima di chi scrive per certe prove giornalistiche non si spinge addirittura a tanto. Oppure si potrebbe intendere che sono i Paesi aderenti all’UE, ma non facenti parte dell’Eurozona, a soffrire: in questo caso, però, e la dura realtà dei dati statistici a mettersi di traverso. I Paesi UE che non fanno parte dell’Eurozona crescono come, quando non di più degli altri (per non parlare dell’Italia).

Oppure, ancora, il senso della proposizione è che l’Italia – se uscisse dall’Euro – si ritroverebbe in crisi e alle prese con inflazione e povertà. Ora, si potrebbe semplicemente obiettare che, in realtà, crisi e povertà li abbiamo avuti proprio con l’Euro: recessione, deflazione, aumento delle famiglie al di sotto della soglia di sussistenza, e così via; ma, probabilmente, il senso del discorso è che il nostro Paese, tornando alla Lira, sperimenterebbe una enorme svalutazione e, di conseguenza, un’iperinflazione che impoverirebbe ampi strati della popolazione Idea sbagliata per più motivi. Primo: perché la moneta italiana ha già svalutato del 22% nei confronti del dollaro in 9 mesi tra giugno 2014 e marzo 2015 senza alcun effetto inflattivo, come era peraltro da attendersi in considerazione sia della stagnante situazione economica interna, sia del basso coefficiente di trasmissione del cambio all’inflazione tipico dei Paesi avanzati. Secondo: perché un po’ di inflazione, soprattutto importata, sarebbe utile all’economia italiana, come dimostra la preoccupazione recentemente espressa da Draghi in relazione all’Euro tornato forte. Terzo: perché l’inflazione – se ha effetti negativi sul potere di acquisto dei lavoratori che possono essere mitigati con accorte politiche reddituali – ha entro certi limiti effetti positivi per i debitori privati (famiglie con mutui, imprese con finanziamenti) e pubblici.

Sulla questione, dunque, questi populisti irresponsabili e un po’ cretini (ipse dixit) tutti i torti forse non li hanno. Ma che dire della storia del debito pubblico in mano della Bce, che potrebbe addirittura essere bruciato?

A parte il fatto che 1.000 miliardi di Titoli di Stato sono il totale detenuto dall’Eurosistema a fine 2015 (e non lo stock di debito italiano detenuto dalla Bce, che è molto inferiore; ma vabbè), si potrebbe pensare che forse anche questa idea non sia del tutto bislacca, se si considera come ci stiano pensando – più o meno alla luce del sole – non solo economisti, anche italiani, ma addirittura Banche Centrali (per esempio in Giappone; in Gran Bretagna hanno dovuto comunque prendere in considerazione la faccenda, sia pure per smentirla).

In effetti, vi è anche chi – normalmente con intento polemico – considera il Quantitative Easing, in se stesso, una cancellazione del debito. In effetti, la Banca Centrale che acquista i titoli gira i relativi interessi al Tesoro, che li ha pagati, in un gioco a somma zero. Ed effettivamente, nel 2015 negli Stati Uniti i titoli sovrani domestici posseduti dalla Fed a zero coupon sono state puramente e semplicemente cancellati. Certo, se la tua Banca Centrale è straniera, le cose sono un po’ più complesse… ma comunque, rima della sbornia ultra-liberista dell’ultimo ventennio, parlare di monetizzazione del debito, o di allentamento fiscale, non era considerato cosa da pericolosi incendiari.

È dunque poco chiaro se, in fondo in fondo, l’articolo del serioso giornale parlasse davvero di cretinaggine, oppure di conclamata ignoranza.

TAG: Banca Centrale, Cancellazione del debito, Euro, Inflazione, QE, Quantitative Easing
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