Il voto è stato pronunciato dal parlamento europeo lo scorso 15 febbraio a Strasburgo, a favore dell’accordo economico e commerciale globale (CETA) tra l’Unione Europea e il Canada. Questo accordo plasma ulteriormente la globalizzazione che influisce sulla definizione delle norme commerciali internazionali. Già firmato in ottobre e approvato dal voto di tutto il parlamento europeo, consentirà alle aziende dell’UE di risparmiare oltre 500 milioni di euro l’anno attualmente pagati per dazi doganali su merci esportate in Canada.
Dunque il CETA, secondo il parlamento europeo, creerà nuove opportunità per gli agricoltori e i produttori del settore alimentare, fermo restando la piena tutela in rapporti a temi ritenuti sensibili nell’UE. Le aperture dell’UE su determinati prodotti sono limitate e calibrate da aperture canadesi che dovrebbero soddisfare importanti interessi europei riguardanti le esportazioni di prodotti quali: formaggi, vini e bevande, prodotti ortofrutticoli, prodotti trasformasti e la tutela sul mercato canadese di 143 prodotti europei di alta qualità. Ma davvero il CETA potrebbe far bene al commerciale Made in Italy?
Partiamo col dire che questo voto rappresenta tante ambiguità e diversi pericoli per l’Italia. Intanto questo voto mostra un difetto di base, cioè abbatte i costi doganali ma abbatte anche barriere regolamentari e questo diventa un serio problema per la sostenibilità del commercio. Il commercio dovrebbe favorire, in maniera omogenea, uno sviluppo mondiale, il CETA, invece, esprime l’interesse principale sui risultati delle multinazionali. Un altro punto fondamentale che il parlamento europeo ignora, è che questo tipo di accordi vengono organizzati in gran segreto oscurando la totale trasparenza di chi negozia in base a quale mandato. L’UE denigra totalmente il principio di trasparenza e, soprattutto, il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni importanti che li riguardano.
IL CETA, quindi, potrebbe nuocere severamente alle produzioni agricole e sulle prelibatezze alimentari. In Italia, ad esempio, molti dei nostri prodotti sono regolamentati dai marchi: DOP, DOC, IGP, IGT, ovviamente parliamo dei vini, dei distillati e dei prodotti alimentari che vengono ottenuti attraverso severe procedure disciplinari. Tenendo conto che di questi prodotti in Europa se ne contano a migliaia, il CETA ne tutelerebbe appena un centinaio. Di conseguenza il rischio di contraffazione dei nostri prodotti è inevitabile; ad esempio una azienda canadese potrebbe produrre dei prodotti simili ai nostri, chiamarli “ferrarese” e immetterli sul mercato europeo senza subire conseguenze.
A questo punto nessuno potrà vietare, per l’abbattimento della regolamentazione sulla qualità degli alimenti, l’introduzione in Europa di carni derivanti da procedimenti dove vengono usati gli ormoni della crescita, gli antibiotici in cui si fa uso di OGM. Questi prodotti che invaderanno il nostro mercato, a basso costo, dove gli italiani saranno invogliati ad acquistare. Un basso costo che metterebbe a rischio la nostra salute. Fino a questo momento, però, il dibattito pubblico sul CETA è stato del tutto inesistente, mentre in altri Paesi dell’UE si parla attivamente. Stiamo parlando di 3 milioni di persone che hanno dato vita ad una consultazione sul commercio internazionale dicendo di non essere favorevoli a questo modo di intendere i trattati. Queste persone non sono contrarie ai trattati internazionali, loro vogliono un altro tipo di commercio internazionale, che favorisca la diffusione dei diritti sociali per tutti i Paesi, con l’obiettivo di ridurre le diseguaglianze nel mondo.
I marchi italiani non hanno bisogna del CETA per essere commerciali in tutto il mondo, hanno un grande mercato essendo prodotti di altissimo livello, sicuri e forti dal punto di vista dei severi controlli alimentari. E’ la presa di posizione che l’Italia si auspica per non perdere del tutto il Made in Italy. Il rischio c’è, è possibile che per raggiungere lo 0,1% di crescita si debbano mettere a rischio i diritti dei lavoratori e, non per ultimo, la salubrità dei prodotti alimentari. Non possiamo sottostare a votazioni esclusive favorevoli alle multinazionali. La speranza è che si tenga conto della protesta dei consumatori, degli agricoltori, delle piccole e medie imprese. Una speranza legata al processo di ratifica nazionale che il Governo Gentiloni, ancora una volta, ha deciso nel silenzio.