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Dell’Utri da colpevole a martire

| 27 Ottobre 2017 | ATTUALITÀ

Dopo svariati tentativi, la Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta di scarcerazione avanzata dai legali di Marcello Dell’Utri, detenuto per concorso esterno in associazione mafiosa. I suoi legali sostengono che il loro assistito si trovi in carcere per un delitto non commesso e per un reato inesistente prima del 1994. Infatti, il reato contestato a Dell’Utri, copre un lasso di tempo che va dal 1977 al 1992. In verità la “carriera” di supporto a Cosa Nostra è avvenuta anche antecedente al 1977. Fu lui a portare Vittorio Mangano affiliato alla famiglia di Porta Nuova ad Arcore, in qualità di stalliere ma con lo scopo principale di offrire protezione a Berlusconi minacciato più volte da alcune famiglie mafiose.

Con Mangano arrivano fiumi di soldi consegnati prima a Dell’Utri, poi a Berlusconi che l’investiva nelle sue società, secondo quanto dichiarato dal pentito Gaetano Grado. Sempre dell’Utri si occupò di far reinvestire nelle casse dell’allora Fininvest, parte del capitale illecitamente guadagnato del boss Stefano Bontate alla fine degli anni settanta. Dell’Utri manteneva rapporti anche con i fratelli Graviano. La prima dichiarazione, in tal senso, venne pronunciata da Spatuzza, pentito creato ad hoc da chissà quali occulti poteri di questo Stato, ma anche dal pentito Giuseppe D’Agostino che affermò di essere entrato in contatto con Dell’Utri per far effettuare un provino al figlio Gaetano a Milanello. Il tramite era Melo Barone.

Dell’Utri ha sempre negato di conoscere Barone ma, sulla sua agenda, erano riportati alcuni appuntamenti avuti con Melo. Alla morte di Barone, i tramiti diretti tra D’Agostino e Dell’Utri furono i fratelli Graviano. I giudici della terza sezione penale del Tribunale di Palermo affermano, nelle motivazioni della sentenza di condanna, che ” vi fu un patto tra mafia e Silvio Berlusconi e che Marcello Dell’Utri fu il mediatore, non si è mai sottratto al ruolo di intermediario tra gli interessi dei protagonisti ed ha mantenuto sempre vivi i rapporti, con i mafiosi di riferimento”. Questo patto, sempre secondo i giudici, fu stipulato nel 1974, presso l’ufficio di Dell’Utri a Milano, alla presenza di Gaetano Cinà, Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Francesco di Carlo e lo stesso Silvio Berlusconi.

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In tal modo Berlusconi stila un patto che legherà l’ex cavaliere e Dell’Utri (ancor di più) a Cosa Nostra. Motivazioni ribadite anche nella sentenza definitiva di condanna, pronunciata dalla Corte di Cassazione nel 2014. Dell’Utri è in carcere e Berlusconi la scampa sempre, nonostante le dichiarazioni di altri pentiti, come Antonino Calderone, che riferiscono di un incontro diretto tra Berlusconi e Stefano Bontate in un hotel di Milano. Non solo, dal carcere Dell’Utri sostiene ed appoggia il lavoro politico di Berlusconi. Dell’Utri si trova nel carcere di Rebibbia e le sue condizioni di salute non sono buone. Dal carcere scrive immaginandosi come “un monaco rinchiuso volontariamente in un convento per disintossicarmi e isolarmi dalle umane miserie…” come scrisse al giornalista Claudio Bottan.

Molti lo sostengono pubblicamente gridando alla persecuzione, all’immoralità con la quale viene trattato, ad una tortura di Stato nei suoi confronti. La vera tortura lo Stato continua a riservarla a tantissime vittime di mafia che non hanno ottenuto giustizia da uno Stato che non si è fatto Stato, pretendendo la verità ma occultandola e depistandola. E’ vero, il concorso esterno in associazione mafiosa non è un reato ben definito dal codice penale, ma rientra nel concorso di persone nel reato, ma è altrettanto vero che non si sta parlando di un reato lieve. Appoggiare, mediare e riclicalre i proventi della mafia sono atti sicuramente gravissimi che vanno puniti.

Forse bisognerebbe considerare chi attua questi comportamenti dall’esterno dell’associazione criminale, alla stregua di chi li perpetra dal suo interno. Nessuna distinzione: chi fa accordi con la mafia, chi media con essa, chi ricicla miliardi su miliardi non concorre esternamente ma fattivamente all’attività criminale. Come sempre pero’, le modifiche al codice penale spettano al Parlamento e con la schiera di deputati inquisiti per svariati reati, eliminare il concorso esterno in associazione mafiosa è un danno grave cagionato a molti di essi.

Si sa, quando la casta deve proteggersi sono tutti d’accordo e compatti.

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