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I tecnocrati del Pil affossano la democrazia

| 8 Febbraio 2019 | ECONOMIA

La complicata partita tra Roma e Bruxelles si evince dalle stime pubblicate dall’Unione europea sulla previsione della crescita dell’Italia nel 2019. Il Belpaese, secondo l’Ue si piazza ultima tra gli Stati membri con un secco 0,2. Ovvero l’Italia sforerebbe il deficit di molto ed sarebbe già in recessione secondo i tecnici di Bruxelles. La Commissione europea, infatti, abbassa le stime di crescita del pil italiano passando dall’1,2 allo 0,2 per il 2019. Troppo indietro rispetto alle previsioni di crescita dell’1,3% di aumento medio nell’eurozona. Il tutto, dopo che già Bankitalia e Fondo monetario Internazionale, hanno stimato una crescita dell’Italia ferma allo 0,6% rispetto alle stime fatte dal governo Conte, secondo cui il Pil nel 2019 aumenterebbe invece dell’1%. Il Commissario agli affari economici Moscovici ha voluto sottolineare che la stima al ribasso per l’Italia è data dal calo degli investimenti in particolare, e all’incertezza del governo.

Tuttavia, sulle previsioni di crescita del nostro Paese, l’Unione europea non è nuova al ‘ribasso’. Accadde per il governo Renzi nel 2016 dove la Commissione europea prevedeva per l’Italia un aumento del Pil dell’1,4% e dell’1,3% nel 2017. Ma è stata ‘merce’ di scambio poiché il governo Renzi chiese a Bruxelles l’applicazione di una serie di clausole di flessibilità in cambio di nuovi sforzi sul fronte delle riforme economiche e degli investimenti infrastrutturali senza considerare peraltro, l’ambigua eredità lasciata da Renzi in quattro anni di esecutivo, acclarato che l’attuale governo è in carica da appena nove mesi e ha da poco varato misure economiche strutturali che spingono il premier Conte a mostrare fiducia sul loro impatto.

Secondo l’Istat l’Italia nel 2017 era passata dal -1,7% del Pil del 2013 (anno precedente all’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi) al +0,9% del 2016 (anno delle dimissioni). Dunque un aumento complessivo di 2,6 punti percentuali, e non di 3. Secondo Renzi, invece all’epoca, si trattava di un balzo  del Pil da -2% a +1% a differenza del trend degli altri Stati membri. L’ltalia, in realtà, non aveva fatto meglio, secondo i dati della Commissione europea, crescendo solo dello 0,6% rispetto alla media dell’eurozona, balzato dallo 0,3% al +1,7%. Ovvero una crescita di due punti. E non è un caso, visto che, se si tiene conto delle agenzie di rating,  l’americana Bloomberg parlò chiaro a gennaio 2017, sostenendo che ‘la manovra economica tutta orientata al voto referendario dello scorso 4 dicembre, oltre a non aver premiato Matteo Renzi nelle urne, presenta ora il conto agli italiani, che si ritrovano con 2.167 euro di debito pubblico in più a testa’. Ora, se l’Europa dei tecnocrati condiziona i mercati e le politiche interne di un esecutivo democratico neonato sulla base di decimali sulle stime di crescita, è evidente che siamo di fronte ad una distorsione burocratica che rende l’Ue non una casa comune ma un homo homini lupus. Quella che appare è difatti l’Europa dei conflitti. Le stime di crescita per i paesi membri dell’Ue arrivano, infatti, mentre la Francia di Macron (e di Moscovici) richiama l’ambasciatore a Roma, parlando di “attacchi senza precedenti dal governo italiano” con riferimento all’incontro tra il vicepremier Luigi Di Maio ed esponenti rappresentativi dei gilet gialli, tra cui Christof Chalenton. Un ‘oltraggio’ inaccettabile per il traballante Macron che scrive un nuovo capitolo del duello a colpi di randello diplomatico sullo sfondo delle elezioni europee e, perché no, del gigantesco caos su una Tav che dovrebbe collegare due Paesi mai cosi distanti.

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Le tensioni tra Italia e Francia sono solo la punta dell’iceberg sul quale rischia di andare a sbattere l’idea stessa di Europa unita. Lo si evince bene dalla nuova impennata dello spread che ha chiuso a 280 dopo il drastico giudizio del Fmi. È più che un’ipotesi che la tecnocrazia finanziaria apolide stia dissanguando gli Stati non più sovrani ma sudditi quando questi attuano, o tentano di attuare, un esercizio legittimo della propria politica economica legittimato dal voto delle urne.

Dietro il dato ‘tecnico’ della recessione, frutto di anni di sciagurate politiche di austerity, si intravede la cerimonia funebre del modello occidentale di democrazia rappresentativa.

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