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Cos’è la destra, cos’è la sinistra

| 12 Aprile 2023 | POLITICA

“È la passione, l’ossessione della tua diversità, che al momento dove è andata non si sa […] Il pensiero liberale è di destra, ora è buono anche per la sinistra […] Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra” si chiedeva Gaber nel 1994.

Sono passati quasi trent’anni e la domanda dell’artista milanese sembra più che mai urgente e necessaria.

A farsi questa interrogazione dovrebbero essere soprattutto quelle persone che non riconoscono il senso critico come sintomo d’intelligenza e, anzi, fomentano la polarizzazione del pensiero politico semplificando tutto a “bene” e “male”, “buoni” o “cattivi”. Se ci si azzarda a criticare il metodo di lotta o si tenta timidamente di raccontare la Storia da un’altra prospettiva ecco che arrivano valanghe di insulti e di etichette iper-semplicistiche: putiniano, estremista, fascista, terrorista.

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I grandi partiti di centro-destra e centro-sinistra, oggi, sono entrambi figli della stessa malattia, sono cellule tumorali che, sebbene all’apparenza diverse, sono in egual misura portatrici sane di ciò che è la radice di tutti i problemi: il capitalismo.
La destra continua a fare il suo lavoro con politiche di chiusura, razzismo, misoginia e favoreggiamento agli industriali del paese.

La sinistra, dal canto suo, da quarant’anni a questa parte ha deciso di smettere di fare la sinistra per occuparsi solo ed esclusivamente di politiche identitarie.

Il minimo comune denominatore di entrambe le fazioni, dalla nascita del neoliberalismo negli anni ’80, sembra essere la crescente diseguaglianza economica e sociale e una sempre più grave cooptazione dello Stato da parte della finanza e delle multinazionali.

Le politiche identitarie sono nate negli anni 70 e avevano un senso; era l’epoca delle rivendicazioni post-materialiste. Dopo aver trattato di problemi materiali come il lavoro, la casa, il denaro, la società bianca e patriarcale occidentale cominciò a dedicarsi a problematiche che fino ad allora erano passate in secondo piano. Si cominciò a riflettere e lottare sulle discriminazioni sessuali, di genere e di razza, si cominciò, insomma, a pensare a quella fetta di popolazione che fino ad allora era stata emarginata dai processi politici e decisionali. Nella loro dichiarazione dell’aprile 1977 un gruppo femminista nero statunitense, il Combahee River Collective, scrisse: “La politica identitaria, come modalità di categorizzazione, è strettamente connessa all’affermazione secondo cui alcuni gruppi sociali sono oppressi (come le donne, le minoranze etniche e le minoranze sessuali); cioè l’affermazione che gli individui appartenenti a quei gruppi sono, in virtù della loro identità, più vulnerabili a forme di oppressione come l’imperialismo culturale, la violenza, lo sfruttamento del lavoro, l’emarginazione o sottomissione”.

Si capisce subito che tutto ciò è più che attuale oggi solo che, ad essere cambiato, è il quadro di riferimento socio-economico mondiale. La schiera dei vulnerabili e degli oppressi è cresciuta, e non di poco. Il neoliberalismo e il capitalismo feroce, a partire dagli anni 80, hanno impoverito la massa e arricchito un piccolo manipolo di individui che, frazionando la società in tante e incomunicabili nicchie, sta riuscendo ad accumulare ricchezze in maniera esponenziale. Da quarant’anni a questa parte il povero occidentale è sempre più simile al povero asiatico, americano o africano, mentre la classe media occidentale (quella che “sta bene”) sta sempre peggio e, presto, non è difficile immaginare che raggiunga le condizioni del povero.
Arthur Meier Schlesinger, storico e saggista statunitense due volte vincitore del premio Pulitzer, suggerisce che “basare la politica sull’emarginazione del gruppo è ciò che frattura la politica civile […] la politica identitaria lavora contro la creazione di vere opportunità per porre fine all’emarginazione […] i movimenti per i diritti civili dovrebbero mirare alla piena accettazione e integrazione dei gruppi emarginati nella cultura tradizionale, piuttosto che perpetuare tale emarginazione attraverso affermazioni di differenza”.

Il problema, ovviamente, non sono le lotte identitarie di per sé, il vero problema risiede nel fatto che questa agenda coesiste con la messa da parte dei lavoratori. Sembra ovvio che io e la moglie di un miliardario, anche se entrambe donne, non possiamo lottare per la stessa causa. Come è ovvio che l’ex CEO di Crédit Suisse e un migrante che arriva sulle nostre coste su un gommone, anche se entrambi neri, non lotteranno mai per ottenere gli stessi diritti. Per non parlare delle coppie omosessuali che vorrebbero adottare un figlio ma non possono farlo e non per il loro orientamento sessuale o la loro identità di genere ma per il loro conto in banca. L’ottenimento dei diritti è una questione sociale ed economica prima che civile. Per permettere agli emarginati di ottenere quei diritti che permetterebbero loro di emanciparsi e accedere ai posti di potere devi dare loro soldi, non finti riconoscimenti ideologici. La storia lo ha dimostrato, lo sta dimostrando, se hai un conto in banca cospicuo puoi entrare dove vuoi, quindi smettiamola di raccontarci favole.

Le manifestazioni, i cortei, le pubblicità progresso in Tv e sui social, le produzioni cinematografiche, musicali e letterarie che hanno come unico tema una determinata minoranza credono di star lottando per il bene di miliardi di persone, e invece non è così. Questi moti di indignazione, seppur moralmente giusti, sono politicamente sbagliati perché manipolati e manipolabili. Questa indignazione genuina non fa altro che alimentare algoritmi virtuali e, di conseguenza, spingere le istituzioni a legiferare sulla tutela dei diritti civili. E voi vi chiederete “e che male c’è?” Ovviamente, la risposta è che non c’è assolutamente niente di sbagliato. Figuratevi se io come donna non tenessi al sacrosanto diritto di occuparmi del mio corpo e del mio utero come voglio, se non tenessi ad avere le stesse opportunità e lo stesso trattamento economico degli uomini. Tutto questo è giusto ma diventa controverso se il prodotto finale altro non è che una bilancia sociale sbilenca, dove i diritti civili pesano più, molto di più, di quelli sociali e, quindi, una donna come me può abortire ma non ha diritto a un sistema sanitario pubblico e dignitoso, a un salario minimo e a un affitto calmierato. Sì, può essere effettivamente un problema se le istituzioni si occupano solo di queste lotte e non di quelle comuni al 90% della popolazione mondiale.

La politica identitaria è un problema di chi detiene il potere, non di chi scende in strada a manifestare. Chi scende in strada, probabilmente, non sa che la sua energia sarà usata dai potenti come distrazione, come scusa per non parlare di altro. Chi lotta per i diritti delle minoranze confonde o ignora, spesso inconsapevolmente, le “differenze infragruppo”, come afferma Kimberle Crenshaw nella rivista “Mapping the Margins: Intersectionality, Identity Politics and Violence against Women of Colour”.
E’ la logica del divide et impera. Chris Hedges, giornalista e scrittore statunitense, parla di “capitalismo corporativo”, una piattaforma politica che “non fermerà mai la crescente disuguaglianza sociale, il militarismo incontrollato, lo svisceramento di libertà civili e onnipotenza degli organi di sicurezza e sorveglianza.”

Di questa piattaforma fanno parte i media corporativi, i grandi gruppi editoriali, i social network e, ovviamente, i grandi partiti di sinistra. Per il sociologo Charles Derber la sinistra americana è “un partito politico-identitario” che “non offre un’ampia critica all’economia politica del capitalismo. Si concentra sulle riforme per i neri e le donne e così via, ma non offre un’analisi contestuale all’interno del capitalismo”.

Le lotte per le minoranze stanno facendo bene solo ed esclusivamente a una minoranza: i ricchi. Già, perché noi, i milleuristi frustrati e sfruttati dal capitale, siamo tantissimi, siamo più di loro, e se ci unissimo tutti in un unico corteo, compatto e omogeneo, diventeremmo un fiume in piena, anzi, un’alta marea.

Arriverà la nostra luna piena a farci alzare.
Intanto invito a chi trova irresistibile il gusto di banalizzare ogni critica ed etichettare pensieri, studi e critiche ponderate a riascoltare la meravigliosa canzone di Gaber.
“L’ideologia, l’ideologia malgrado tutto credo ancora che ci sia”.

TAG: destra, sinistra
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