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Giovanni Leone, Camilla Cederna e gli albori dell’attuale degrado politico

| 14 Gennaio 2022 | LIBRI, POLITICA

Nel 1978 il Presidente della Repubblica Giovanni Leone (1908-2001) si dimise dopo le polemiche scaturite dal libro “Giovanni Leone – La Carriera di un Presidente” scritto da Camilla Cederna (1911-1997) e pubblicato da Feltrinelli. L’autrice fu querelata dai tre figli di Leone, non dall’allora Capo di Stato, e perse in tutti i tre gradi di giudizio. Il libro, che vendette 600mila copie, fu ritirato dal mercato e non fu mai più ripubblicato.

Nel libro della Cederna possono esserci giudizi sferzanti sulla vita di Leone e figli e congetture personali dell’autrice, che come fonte principale ebbe l’allora agenzia OP diretta da Mino Pecorelli, giornalista vicino ai servizi segreti deviati assassinato in circostanze mai chiarite nel 1979. Ciò non toglie che tante riflessioni dell’autrice sono quanto mai attuali.

Il libro andrebbe ripubblicato. Magari mettendo in prefazione gli esiti giudiziari dei processi che hanno riguardato l’autrice, forse non giustamente ricordata per quello che è stata: una delle più gradi giornaliste del novecento italiano.

Leone, figlio di un prestigioso avvocato di Napoli, nacque nel 1908, quindi studiò giurisprudenza e iniziò la sua carriera sotto il fascismo. Non fu antifascista, anzi, per esercitare la professione di avvocato dovette prendere la tessera del Pnf ed ebbe sempre un attestato di stima dagli ambienti dell’estrema destra. Non a caso nel 1971 Leone divenne Presidente della Repubblica grazie ai voti di DC, liberali, monarchici e missini. Nel 1946 si schierò per la Monarchia, scelta che cercò di nascondere negli anni successivi, quando si spacciò furbescamente per pontiere nella DC napoletana tra le due fazioni divise al referendum.

Giurista dal latinismo facile e dalla battuta sempre pronta, il Leone descritto dalla Cederna rappresenta alla perfezione la classe dirigente definita “stracciona” da Giorgio Amendola. La stessa autrice ricorre alle parole di Pier Paolo Pasolini per analizzarlo. Il politico napoletano è un uomo di potere e al tempo stesso un governante. Un governante il cui obiettivo principale, secondo le parole di Pasolini, è gestire il potere, controllarlo e condividerlo con una minoranza di “amici”. Leone rappresenta al meglio il tradimento alla lotta partigiana, alle battaglie socialiste e comuniste per i lavoratori e persino al cattolicesimo sociale della sinistra democristiana. Leone rappresenta un élite che ha come primo obiettivo quello di preservare la propria posizione di dominio.

Il libro della Cederna elenca tutte le amicizie che fecero fortuna grazie alla loro vicinanza al notabile democristiano: colleghi avvocati, palazzinari, trafficanti, uomini delle forze armate, dirigenti di strutture ospedaliere. Su quest’ultimo aspetto viene citata la battaglia di Leone interna alla Dc contro l’ingresso del Psi nella maggioranza. La svolta a sinistra avrebbe difatti portato alla nascita, con la Legge Mariotti, della riforma degli ospedali, che trasformò molti di essi da strutture in mano a enti di beneficenza perlopiù cattolici a strutture pubbliche. I socialisti negli anni sessanta furono fondamentali per togliere potere alle élite che si appoggiavano al clero (di cui Leone era strenuo difensore), per darne allo Stato laico.

La giornalista milanese racconta la bella vita di moglie e figli del Presidente della Repubblica. Fa nomi e cognomi di attricette e soubrette conquistate dai giovani figli del Capo dello Stato (alcune delle quali oggi stimate attrici politicamente impegnate a sinistra) e ironizza sul fascino delle prime contrapposto alla bruttezza dei secondi. “Le belle ragazze vanno coi potenti di turno, anche se bassi e sgraziati” scrive fra le righe la Cederna.

In Camilla Cederna c’è uno sprezzante stile di giornalismo al femminile che ha fatto scuola. La si può criticare, ma oggi tante sue eredi (Selvaggia Lucarelli, Daniela Ranieri, Guia Soncini) redigono articoli e libri pungolando come faceva lei.

Lasciando da parte i figli, Leone è stato l’antesignano di tanti politici di oggi. Poco legato all’ideologia, estraneo al gioco di correnti della Democrazia Cristiana, fu quasi sempre su posizioni di destra all’interno del suo partito. Leone agì spesso per opportunismo all’interno della Dc, alleandosi con gli uni o con gli altri per mettere in difficoltà i suoi principali rivali interni: il conterraneo campano Silvio Gava, Amintore Fanfani e Aldo Moro.

Amava vantarsi della sua attraente moglie, raccontava barzellette (spesso gaffe fuori contesto raccontate in incontri ufficiali) e fece le corna visitando dei malati di colera o come risposta a dei contestatori: gesti che ricordano un uomo del presente che sogna di diventare un suo successore (sarà un caso, ma fu proprio Leone a nominare Cavaliere l’allora imprenditore Silvio Berlusconi). Leone fu coinvolto nello scandalo Lockheed, per poi esserne riabilitato. Uomini vicino a lui, i fratelli Lefebvre e Camillo Cruciani, allora a capo di Finmeccanica, furono condannati per corruzione: presero tangenti da faccendieri statunitensi per far comprare all’Italia aerei militari. Lo scandalo Lockheed rallentò il processo di integrazione di una Difesa comune europea, per rafforzare la sudditanza italiana agli Stati Uniti.

Leone rappresenta al meglio la destra italiana della prima Repubblica, mamma del berlusconismo e nonna del populismo salviniano e meloniano. Leone fu vicino alle famiglie del “fascismo istituzionale” (Ciano, Grandi e Bottai), quello apprezzato dai salotti dell’alta borghesia anche dopo il 1945. Il suo cattolicesimo, da lui definito “napoletano”, si palesò principalmente con offerte a processioni religiose e con la sua contrarietà al divorzio. Fu insomma un cattolicesimo più sbandierato che di preghiera, come quello di qualche politico attuale.

Le amicizie di Leone furono responsabili di speculazioni edilizie che distrussero incantevoli aree del territorio italiano, come la Baia Domizia sul confine tra Campania e Lazio, devastata da ville costruite durante gli anni del boom economico. Leone difese la linea dura della polizia contro gli scioperi e le proteste operaie. Nel 1947, da membro della Costituente, affermò che le donne non erano all’altezza di incarichi di prestigio nella magistratura. Quest’ultima dichiarazione venne poi smentita in un’intervista con la stessa Cederna molti anni più tardi. Leone fu reazionario anche nell’estetica, come quando fece ironia sul look degli eletti in parlamento del PdUP, visti da lui come una banda di balordi.

I più beceri luoghi comuni sdoganati negli anni settanta da Leone sopravvivono. Probabilmente Leone fu il peggior Presidente della Repubblica. Il libro della Cederna lo racconta bene. La cattiva politica che oggi ci governa da destra a sinistra nasce da una ricca borghesia di penna collusa con una ricca borghesia di cemento e fabbriche. Queste forze negli anni del boom fecero soldi a palate e se non fosse stato per le forze di sinistra (dal Pci al Psi passando per le correnti laburiste della Dc) non avrebbero che dato delle briciole al popolo che usciva in miseria dalla guerra. Studiare Giovanni Leone è utile per capire come sia stato possibile cadere così in basso, fino a ritrovarsi con una classe politica di azzeccagarbugli e arraffoni che non ha nemmeno il ricco bagaglio culturale che almeno il discusso notabile democristiano aveva.

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