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Madri (e storie) parallele, l’ultimo film di Almodovar

Eros, tanatos, generazioni ed identità da scoprire
| 7 Novembre 2021 | ATTUALITÀ

Madres Paralelas è un film al femminile molto complesso che riesce a parlare di vicende personali laceranti con accenti delicati e tenendo sempre alto il tono della narrazione.

Il film inizia con due donne in maternità in attesa di partorire.

Janis (Penélope Cruz) ha quasi quarant’ anni, Ana (Milena Smit) è poco più che adolescente ed entrambe sono rimaste incinte per caso.

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Ana in particolare è stata vittima di uno stupro di gruppo e non sa chi sia il padre di sua figlia. La storia familiare è complessa perché la madre l’ha avuta sposandosi solo per poter uscire di casa, il matrimonio è durato poco e dopo la separazione la giovane è stata affidata al padre.

Il genitore in seguito alla gravidanza la ha restituita come un pacco postale alla madre, che fino ad allora  si era disinteressata di lei per fare l’ attrice e che resterà sempre piuttosto latitante viaggiando di città in città per motivi di lavoro.

Le vite delle protagoniste, due donne molto diverse tra loro, si svolgono e si intrecciano in una cornice complessa che racchiude la storia di varie generazioni.

Risalendo l’albero genealogico di Janis, tutto al femminile, scopriamo che da bambina ha perso per overdose la madre, solo ventisettenne, e che non ha mai conosciuto suo padre. Janis si chiama così non a caso, ma in onore di Janis Joplin, cantante famosissima e simbolo del 68 morta anche lei per droga. La donna è al centro di varie tragedie perché la nonna che la ha allevata è orfana fin dalla più tenera età e sente ancora il dolore per la perdita del proprio padre, fatto sparire ed ucciso dai falangisti subito dopo il colpo di stato franchista e l’ inizio della guerra civile. Da un superstite si è venuto a sapere che il nonno è sepolto, con altri oppositori, alle porte del paese in una fossa comune senza una croce e senza un segno.

La morte misteriosa del bisnonno è determinante per la maternità di Janis, che in un intreccio di amori e di tragedie si rivolgerà ad Arturo, antropologo forense, per dare un nome ai morti della fossa comune e proprio da lui avrà sua figlia.

La vicenda ha una prima svolta quando Arturo va a vedere la bambina e, guardandola con occhio professionale, non la riconosce come sua perché non assomiglia a nessuno dei due genitori o dei parenti. Arturo a questo punto chiederà a Janis di sottoporsi a dei test genetici. La donna inizialmente si rifiuta, ma dopo qualche esitazione li farà ed il risultato sarà sorprendente.

Inizia qui la favola pirandelliana del figlio cambiato, con le streghe che nel corso della notte volano per scambiare i figli. Pirandello racconta che queste streghe tolgono ad una madre un figlio florido e sano per dargliene uno malato, e questo accadrà anche nel film. Qui la strega non c’ è, ma come vedremo manca anche quel lieto fine.

Facendo il test Janis scopre che Cecilia non è sua figlia biologica. Non so cosa possa passare nella mente di una madre in un momento del genere, ma Janis reagisce cambiando il numero di telefono e tentando di rendersi irreperibile.

Nessuno sfugge al proprio destino, e infatti Janis incontrerà di nuovo Ana e in lei troverà un’ amica e per un po’ anche una compagna di vita con cui avrà una relazione e che si trasferirà a casa sua per badare alla piccola Cecilia. Janis con una scusa farà fare alla giovane un altro test genetico, e questa volta il risultato sarà inequivocabile perché risulterà senza ombra di dubbio che le due bimbe erano state scambiate in ospedale.

Ma c’è di più. Scopriremo che Anita, figlia di Ana, è morta improvvisamente nella culla nel suo primo anno di vita.

In questi gioco di specchi in cui nulla sembra quello che è Janis si comporterà in modo equivoco mantenendo il silenzio, ma solo inizialmente.

Passato il disorientamento sarà lei a mostrare ad Ana i risultati del test, facendole scoprire non solo che Cecilia, la bimba di Janis a cui bada, è figlia sua ma anche che la piccola Anita ( allevata da lei come propria e poi morta improvvisamente) era invece figlia di Janis.

In pratica, e senza saperlo, Janis ha perso prima la propria figlia carnale ed ora perde anche consapevolmente la piccola Cecilia, cresciuta da lei senza che fosse sua.

In questo mondo matriarcale gli uomini sono in pratica assenti o irrilevanti.

Tra due madri e due figlie l’ unica figura maschile e paterna è quella dell’ antropologo Arturo, e nell’ evoluzione della vicenda l’ unica coppia solida che si formerà è quella tra lui e Janis, consentendole di sciogliere una serie di nodi molto difficili e di ritrovare una certa serenità.

La storia del bisnonno, da cui tutto inizia, troverà una sua definizione solo al termine del film come in un cerchio che si chiude.

Gli scavi condotti da Arturo portano al ritrovamento degli scheletri, il bisnonno viene riconosciuto con un esame e sarà finalmente possibile dargli una degna sepoltura come voleva sua figlia.

Il film è fotografato benissimo e interpretato superbamente, con sopra tutti una splendida Penelope Cruz. Anche le poche battute della nonna orfana, pur brevi, sono molto convincenti e quel personaggio è cruciale.

Almodovar solleva in questo film un tema rimosso della storia spagnola, cioè la presenza di fosse comuni con vittime desaparecide durante la guerra civile. Il numero degli scomparsi in quel periodo è altissimo, nel film si parla di centomila ma potrebbero essere molti, ma molti di più.

Le vittime dei repubblicani, invero poche, furono eliminate a titolo personale da cani sciolti o da piccoli gruppi all’ inizio del conflitto, quando in alcune realtà erano state distribuite le armi per reagire al colpo di stato.

La strategia dei franchisti fu invece attentamente pianificata e ben diversa.

I nazionalisti nelle retrovie del fronte praticavano la cosiddetta limpieza, cioè una sorta di ripulitura, una pratica di eliminazione fisica, di solito mediante fucilazione, di una vasta gamma di oppositori che andava dai militanti di sinistra agli esponenti della massoneria, e che si estendeva persino ai semplici elettori repubblicani.

Tale strategia era apertamente rivendicata dal generale Emilio Mola (soprannominato dai suoi el director) quando diceva: «Una guerra di questa natura deve concludersi con il dominio del vincitore e lo sterminio totale e assoluto del vinto». Mola invitava, letteralmente, i nazionalisti  a seminare il terrore per creare un’impressione di dominio, eliminando senza scrupoli né esitazioni tutti coloro che la pensavano diversamente.

Un altro campione dell’ odio era Il generale Queipo de Llano, che assurse a grande notorietà mediatica per le sue “charlas radiofonicas” , programmi via radio trasmessi ogni sera nel biennio 36/38 dal suo Quartier Generale di Siviglia conditi da insulti ed aggressioni contro la Repubblica. In procinto degli attacchi il generale Queipo invitava le mogli dei “rossi” del villaggio o della città da conquistare a vestirsi a lutto, perché il giorno dopo le sue truppe avrebbero fatto pulizia. Si ricorda una sua frase celebre rivolta ai repubblicani: «Sul mio onore di gentiluomo, per ogni persona che ucciderete voi, noi ne uccideremo almeno dieci». Queste sue intemerate gli valsero il soprannome, ben meritato, di general de radio (generale radio), e oggi sappiamo che a tante parole seguirono i fatti.

Nel 2008 il famoso giudice dell’ Audiencia Nacional Baltasar Garzón ha aperto un’ inchiesta sugli scomparsi chiedendo una elenco di tutti i desaparecidos, i fucilati e i morti in combattimento durante la Guerra Civile spagnola ed il regime franchista.

In pratica il magistrato chiedeva di conoscere il numero dei sepolti in fosse comuni dal 17 luglio del 1936 – il giorno prima dell’alzamiento, il golpe di Franco contro il governo democratico appoggiato dal Fronte Popolare vincitore delle elezioni di febbraio – fino alla fine del regime nel 1975.

Secondo molti studiosi il numero, oltre ad essere incerto, sarebbe astronomico: dalle 90mila persone (di cui parlano le stime più prudenti) si arriva fino alle 180mila circa, cioè il doppio.

Lo storico inglese Antony Beevor parla di 200.000 vittime della lunga repressione nazionalista, visto che le ultime fucilazioni di oppositori sono avvenute il 27 settembre 1975. Franco sarebbe morto un paio di mesi dopo.

In questo film non si nota solo una compiuta maturità artistica, ma qualcosa di più. Con le vicende delle sue donne Almodovar ci fa vedere, con piena consapevolezza politica, gli anni più difficili della storia spagnola.

TAG: Madres Paralelas, Pedro Almodovar
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