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Concita non è sinistra, è supponenza rosa

| 15 Febbraio 2021 | ATTUALITÀ

Se c’è in Italia un personaggio che più può essere identificato con il senso di superiorità degli ambienti “di sinistra”, ma sarebbe più corretto definirli “progressisti”, quello è Concita De Gregorio. Affermata giornalista di lungo corso, la De Gregorio è una di quelle penne che spesso ti fa dubitare della propria appartenenza politica, lasciandoti rimuginare la frase “ma posso stare dalla stessa parte di questa?”.

La giornalista di Repubblica mette in ombra la sua competenza, gravissimo difetto, a causa della sua supponenza e di un veterofemminismo che non fa altro che rafforzare in molti uomini e in molte donne un maschilismo latente. Un esempio lo diede non molto tempo fa, quando si lamentò, ospite della trasmissione “Di Martedì”, del collega Alessandro Sallusti, che aveva osato chiamarla “Concita” e non “De Gregorio”. Ricordo l’imbarazzo del conduttore Giovanni Floris. Sallusti, da parecchio tempo lontano dal suo ruolo di vampiro Nosferatu della destra e diventato ormai un ecumenico ospite di La7 con qualche rimasuglio berlusconiano, aveva cercato di spiegare che l’utilizzo del nome al posto del cognome era dovuto al fatto che la stessa giornalista è chiamata così da tanti colleghi, anche per la peculiarità ispanica. La stessa rubrica quotidiana che la De Gregorio tiene su Repubblica si chiama “Invece Concita”. La bionda giornalista però non aveva voluto sentire ragioni, buttandola subito sul sessismo. Una discussione politica interessante venne così deviata sui luoghi comuni triti e ritriti della discriminazione della donna, tema troppo importante per essere ridotto a una stucchevole polemica controproducente come quella imbastita dalla De Gregorio.

L’idiosincrasia verso il maschio in quanto tale, indipendentemente dalle sue opinioni politiche, Concita l’ha sbandierata in diversi articoli e interventi televisivi. Ultima sua vittima è il segretario Pd Nicola Zingaretti. Nei giorni scorsi aveva punzecchiato il governatore del Lazio, scrivendo che “lascia dietro di sé l’eco malinconica di un vuoto. Come un ologramma, sorride e svanisce”. La risposta di Zingaretti non si era fatta attendere, definendo banalmente la giornalista una “radical chic”. Definizione abusata, che può portare a qualche like sui social e al distanziarsi dall’immagine di sinistra al caviale, ma inefficace. Perché Concita è chic, ma non radical. Concita è più centrista di Pierferdinando Casini, cattolicesimo a parte.

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In alcuni dibattiti televisivi non aveva sfigurato, arrivando a irritare l’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa, che arrivò a rigurgitare il suo passato fascista urlandole contro “Concitina, tappati la bocca con un turacciolo”. Nell’alterco con l’infervorato La Russa, Concita diede una buona impressione a sinistra.

La De Gregorio venne quindi scelta nel 2008 dall’allora segretario Pd Walter Veltroni e da Renato Soru (patron di Tiscali e nuovo proprietario del giornale) per la direzione dell’Unità, dopo essersi sbarazzati del “giustizialista” Antonio Padellaro. La notizia fu “finalmente una donna alla guida del quotidiano fondato da Antonio Gramsci”, con un’Unità in formato tabloid. In tre anni la direzione De Gregorio portò il giornale a un calo di vendite e di introiti. Nel 2011 la giornalista tornò mestamente a Repubblica.

Da allora a Concita è rimasto addosso, ma non solo a lei, l’alone del veltronismo; quell’alone che ha portato al renzismo, quello per cui essere di sinistra si valuta in base alla propria opinione su aborto, matrimoni gay, quote rosa e visione cosmopolita del mondo. Su giustizia, lavoro e politica esteri invece si tende ad avere opinioni simili ai liberali.

Lo dimostra la nuova polemica imbastita su Repubblica, dove la De Gregorio se la prende di nuovo con Zingaretti, a causa dell’assenza di ministre piddine nel governo Draghi. Concita arriva a dire che la donna più a sinistra dell’esecutivo è Mara Carfagna. Questa affermazione dimostra quanto sia distante Concita dai veri ideali di sinistra. La Carfagna, forse la miglior donna politica italiana dell’area liberal-conservatrice, viene percepita dalla giornalista di Repubblica come più a sinistra di Fabiana Dadone, valida esponente del Movimento 5 Stelle e neo ministro per le Politiche Giovanili. Ma si sa, per certi ambienti liberal, i grillini sono sempre dei populisti dal leggero olezzo di fascismo, nonostante abbiano quasi sempre preso posizioni più a sinistra del Pd. E ci vuole poco…

Con la solita supponenza che ormai la contraddistingue, Concita arriva a scrivere: “Passare da Alfonso Bonafede a Marta Cartabia, al ministero di Grazia e Giustizia, è come togliere Al Bano e mettere Nina Simone”. L’astio per i grillini è talmente forte da farle preferire una ciellina vicina a Compagnia delle Opere, ma donna, all’avvocato civilista Bonafede, che ha fatto approvare una buona legge come la Spazzacorrotti, bestia nera del centrodestra, da Forza Italia a Italia Viva. Bonafede però è un maschio, con un curriculum senza dubbio inferiore a quello della Cartabia, e per di più militante di un partito fondato da un comico dalla battuta sessista facile. Quindi meglio una donna teo-con, eletta in una metafora musicale alla divina Simone, mentre il plebeo grillino viene degradato a un cantante noto per le sue posizioni maschiliste e per le sue apparizioni nei programmi più trash della tv.

Concita sa rendersi antipatica. Questo può essere un merito se lo si vuole, magari traboccanti di sapere nel proprio campo, come faceva il compianto critico lirico Paolo Isotta. Ma se non lo si vuole e se non si hanno particolari idee da esprimere, essere antipatici non aiuta. A Concita non piace la visione post-diessina del Pd portata da Zingaretti e vorrebbe un ritorno a un partito veltroniano se non renziano. Benissimo, ma deve rendersi conto che questa svolta, magari con Stefano Bonaccini nuovo segretario, sposterebbe il partito a destra, riportandolo definitivamente al centro come ai tempi di Renzi. Non bastano due parole sulle cosiddette quota rosa per darsi un tono di sinistra.

Pure una becera penna come la mia verrebbe da Concita considerata più a destra della sua. Siamo di fronte a una sinistra lontanissima da quella cercata dalla rivista Laboratorio politico, diretta da Mario Tronti, nei primi anni ottanta.

Nel 2011 Concita andò al cinema a vedere “I Soliti Idioti” con Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio. Scrisse di provare “un senso di sgomento e sconfitta” perché “i ragazzi si scompisciano di risate davanti alla comicità volgare invece di andare a vedere il nuovo capolavoro di Sorrentino”. Mandelli truccato da ottantenne che grida “cazzo Gianluca” era puro degrado per lei. Io, che all’epoca ero alla soglia dei 30 anni, in sala risi di gusto, a fianco di ragazzi molto più giovani di me, ma anche di qualche spettatore dai capelli bianchi. Gli adolescenti di dieci anni fa per la De Gregorio erano perduti. Aggiunse difatti: “Non ce la faremo più, è troppo tardi, ripartiamo dai seienni, proviamo con i cartoni animati”. I seienni di allora oggi sono adolescenti che caricano video su Tik Tok e ridono per gli sketch de iPantellas. Non saprei dire se in base alle valutazioni di Concita possono definirsi salvati o sommersi (per citare un autore caro alla stessa giornalista).

Lei, penso si sia persa, persa in un tronfio blairismo, come buona parte della redazione del giornale per cui lavora. Sono penne che si definiscono di sinistra, giudicando come di destra gente molto più a sinistra di loro, senza rendersi conto di essere ormai finiti al centro, a pochi passi dalla Carfagna. Ma facciamo attenzione a dirlo: rischiamo di passare per populisti, qualunquisti e ovviamente di destra.

TAG: Alessandro Sallusti, Alfonso Bonafede, Concita De Gregorio, Fabiana Dadone, giornalisti, I Soliti Idioti, L'Unità, La Repubblica, Mara Carfagna, Marta Cartabia, Nicola Zingaretti, Partito Democratico, radical chic, repubblica, sinistra
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