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Tra tanto rumore ognuno “vulesse truvà pace; ma na pace senza morte… na matin’ ‘e primavera”

| 11 Novembre 2020 | CULTURA

In un periodo intricato tanto quanto un labirinto, confuso, faticoso e malato, per tutti o quasi servirebbe uno spazio di pace, come quello evocato da Eduardo De Filippo in Io vulesse truvà pace. La poesia viene composta nel 1948 dal Maestro, autore, attore, scrittore, poeta, in un periodo in cui ha già raggiunto il successo. Nonostante i grandi traguardi, sente l’esigenza di esprimere i suoi tormenti interiori, dando voce al suo animo inquieto e alla necessità di Pace, una pace però senza morte. Una pace viva che sfugge alla complessità umana e risulta molto attuale anche oggi. Parole adatte per ogni stagione, che solitamente associa la pace  con il passaggio a miglior vita, per quanto risulti vana.

Pensieri probabilmente  frutto di anni difficili, di una vita complicata e importante. Neanche un  Grande come Lui, sfugge alle angherie della vita, ma con leggerezza, profondità, ingegno, innovazione e ironia li trasforma in arte. Il dolore, le difficoltà al contrario, amplificano la sua innata  grandezza.

Infatti,  Eduardo nasce a Napoli il 24 maggio nel 1900 “da una relazione extra-coniugale” della madre Luisa con Eduardo Scarpetta, insieme a Titina e Peppino. La madre lavora come sarta nella compagnia  ed è una nipote della moglie del padre, che Eduardo e i fratelli chiamano zio per convenienza, nonostante lo sappiano tutti. Eduardo e i fratelli seguono la tradizione familiare di attori, mostrandosi  “molto uniti in scena, ma una volta chiuso il sipario”,  divisi e litigiosi nella vita. Diventano comunque tre leggende indimenticabili.

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Il teatro, l’avanspettacolo, i matrimoni, i contrasti con il fratello Peppino, che sembrano in disaccordo persino sul luogo di sepoltura della sorella Titina, dimostrano un’esistenza non proprio facile. Infatti, Eduardo si dedica e si sacrifica al teatro, alla scrittura, alla solitudine per il suo pubblico e alla sua integrità morale. Il suo talento viene riconosciuto a livello internazionale  come autore teatrale, nominato anche Senatore a vita e Docente Universitario alla Sapienza di  Roma. Per lui il “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male”. E anche nella poesia oltre all’esigenza di pace è  di riuscire a riconoscersi nel “proprio ruolo di protagonisti”.

De Filippo si spegne a Roma il 31 ottobre del 1984 e  tra le sue opere eterne: Natale in casa Cupiello, Filumena Marturano, Questi fantasmi, Napoli milionaria, Napoletani a Milano, Oggi, domani, dopodomani. E tante tante altre, difficile da riassumere in poche righe e che meritano un articolo a parte.


D’altronde Eduardo, unico e insuperabile dal teatro ai film, alle parole, persino nel viso e nella gestualità appare poesia pura, viva e priva di qualsiasi retorica. Ogni suo scritto, recitato e letto è segnato da un senso vero, profondo, drammatico e ironico, compreso le pause e le espressioni. I racconti, le sofferenze,  i conflitti interpretati dai personaggi, diventano dubbi e drammi simili per tutti, vissuti, reali. E nel riproporre i suoi versi, in un clima malato e greve, aiuta a esprimere l’esigenza di un sentimento comune di sollievo, evasione nella ricerca di un giorno quieto. Un rifugio e una speranza in un giorno, almeno uno di primavera, per allontanare il rumore, che continua a farsi sentire anche quando il volume si azzera. Alla ricerca di un vaccino che ci renda immuni dai virus, dalle ferite, dal passato e tra il noi e l’altro per un po’ di pace. E allora sconfitti e in coro, a voce alta tra i pensieri come Eduardo s’implora:

Io vulesse truvà pace;
ma na pace senza morte.
Una, mmieze’a tanta porte,
s’arapesse pè campà!
S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera,
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: “nzerràte llà!”
Senza sentere cchiù ‘a ggente
ca te dice:”io faccio…,io dico”,
senza sentere l’amico
ca te vene a cunziglià.
Senza senter’ ‘a famiglia
ca te dice: “Ma ch’ ‘e fatto?”
Senza scennere cchiù a patto
c’ ‘a cuscienza e ‘a dignità.
Senza leggere ‘o giurnale…
‘a nutizia impressionante,
ch’è nu guaio pè tutte quante
e nun tiene che ce fà.
Senza sentere ‘o duttore
ca te spiega a malatia…
‘a ricett’ in farmacia…
l’onorario ch’ ‘e ‘a pavà.
Senza sentere stu core
ca te parla ‘e Cuncettina,
Rita, Brigida, Nannina…
Chesta sì…Chell’ata no.
Pecchè, insomma, si vuò pace
e nun sentere cchiù niente,
‘e ‘a sperà ca sulamente
ven’ ‘a morte a te piglià?
Io vulesse truvà pace
ma na pace senza morte.
Una, mmiez’ ‘a tanta porte
s’arapesse pè campà!
S’arapesse na matina,
na matin’ ‘e primavera,
e arrivasse fin’ ‘a sera
senza dì: “nzerràte llà!”

TAG: Arte, Eduardo De Filippo, poesia
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