lunedì, Settembre 21, 2020
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Un omaggio a Beirut: “una città alla disperata ricerca di re-inventarsi”

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Beirut capitale e centro commerciale, politico e culturale del Libano, definita nel 1999 “Capitale araba della cultura”, il quattro agosto nell’area del porto diventa uno scenario devastante. Esplode un deposito, con circa “2.750 tonnellate di sostanze chimiche altamente esplosive,  lasciati nei magazzini dal 2013, uccidendo circa 220 persone, con 7.000” feriti e trecentomila sfollati, di cui centomila bambini. Due boati violenti immobilizzano la città tra le più antiche del mondo e le immagini che arrivano,  sono di distruzione, macerie e nuvole di fumo. E dopo questa notizia pensando alla città alcuni detti popolari vengono spontanei come “piove sul bagnato”, considerando il periodo già estremamente difficile per il Libano. I debiti dello Stato, la corruzione dei governanti, le rivolte di Hezbollah, le casse vuote delle banche, la crisi, il Covid-19, a cui si aggiungono anche le due esplosioni. Una città in ginocchio, ma che deve rialzarsi con gli aiuti delle altre nazioni, che hanno il dovere morale di tendere la mano, per sostenere il Paese dei Cedri a ritrovare il suo equilibrio e continuare la sua missione di mediazione tra Oriente e Occidente. Il Libano, Beirut come fede ed equilibrio, la strada necessaria per comunicare con il Medio Oriente, la devozione a una rinnovata speranza.

La Beirut di oggi maltrattata e offesa, risale all’età del bronzo e le notizie storiche alla dinastia egizia. Durante la “città-stato fenicie”, da cui probabilmente prende il nome dal significato “pozzi” o “sorgenti d’acqua”, vive un periodo florido.  Ma diventa nota con le conquiste dell’Impero romano, come Colonia Iulia Augusta Felix Berytus, e per la Scuola di Diritto dal III secolo. La scuola inoltre, contribuisce alla raccolta di documenti giuridici con l’Imperatore bizantino Giustiniano nel 531, per “l’elaborazione del Corpus iuris civilis”. Purtroppo dopo il terremoto del 551, che distrugge la città, la scuola trova una nuova sede a Sidone e Beirut vive un “periodo di declino”. Subisce negli anni molte dominazioni come l’ultima, quella Ottomana dal 1516 e intorno al 19. secolo la città si espande. Si sviluppa il commercio e nascono nuovi legami politici “con le potenze imperiali europee come la Francia”. La città si mostra benevole e accogliente verso tutte le famiglie provenienti dai territori circostanti, che cercano un luogo dove mettere radici, lontani dalle persecuzioni.

E nella Beirut trovano una madre generosa, che accoglie tutti nel proprio grembo alla ricerca di libertà, in un ambiente multiculturale. In seguito con la fine dell’Impero Ottomano e la Prima Guerra Mondiale, Beirut “passa sotto il controllo francese nel mandato del Grande Libano”. Altro cambiamento storico, avviene con la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando i Francesi lasciano Beirut, che è diventata la capitale dello Stato del Libano, nato nel novembre 1943. E Beirut continua ad aprire le braccia ai profughi Palestinesi dal 1948, diventando una meta culturale, turistica e un “centro bancario”. Gli anni ’60 la consacrano come la Parigi del Medio Oriente, un polo finanziario, dove personaggi famosi e del jet-set internazionale si ritrovano negli affari, lusso e divertimento. Il Libano in quel periodo, secondo il Rapporto delle Nazioni Unite del 1963, viene definito la quarta nazione più “prospera economicamente” del mondo.

Non mancano comunque negli anni scontri tra cristiani e musulmani come nel 1958, e in seguito con l’arrivo di Gamal Abd el-Nasser in Egitto.  E poi con la guerra interna iniziata nel 1975, fino al 1989 circa, che rappresentano per la città gli anni  “più bui”,  in cui viene attaccata e occupata anche dall’esercito israeliano, per allontanare le milizie palestinesi verso Tunisi. Alla fine degli scontri la città appare distrutta e si avvia un nuovo piano di ricostruzione, per lo sviluppo dell’economia, in particolare le infrastrutture, il settore terziario, il turismo, le banche, facendo ridiventare Beirut un’attrazione culturale viva, di scambio e plurireligioso. Tra le varie etnie e fedi, oltre ai cristiani e ai musulmani gli sciiti, i sunniti e i drusi.

Ma nonostante i conflitti, negli anni Beirut resta un luogo vivace e di bellezza, che le guerre non riescono a indebolire, ma rafforzano nella popolazione un profondo attaccamento alla vita e alla fede, rendendoli eclettici e adattabili. I luoghi culturali sono il centro storico, “i quartieri cristiani di Achrafieh e di Gemmayzeh”, e le Cattedrali di San Giorgio maronita e ortodossa, accanto alle moschee. Da ricordare tra le attività culturali la musica con il jazz, gli eventi sulla danza come il Lebanon Dance festival e tante personalità di rilievo.

Nei versi dei poeti, in particolare di Nizar Qabbani e Omar Baz Radwan appare un’immagine toccante e viva, uno scorcio poetico di “Beirut, città dell’uomo”:

“Città dell’indicibile rimorso dove abitiamo vicino al faro ad aspettare il ritorno di mille navi che hanno preso il largo sulle onde della storia. Nella città senza nome, mille e una identità e speranza Il shiar, bellissima parola da trascrivere in un nazione di trascrizioni,… Siamo tutti marinai in una città alla disperata ricerca di re-inventarsi…”.

Impossibile non citare anche qualche verso di Nizar, che ha amato Beirut e la città altrettanto le sue parole:

Amami…

lontano dalla terra della repressione,

 lontano dalla nostra città sazia di morte…

Amami senza preoccupazioni e perditi nelle linee della mia mano.

Un omaggio a Beirut, la Svizzera dell’Oriente, che non sia un luogo di abbandono e oblio, ma di appartenenza e albori. Che si possano presto trasformare le ceneri in diamante, costruendo nella pace per rivederla ancora luminosa rinascere, come la tenace e sempre viva Fenice.


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