venerdì, Settembre 25, 2020
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Razzismo e Americani: Sociologia di un fenomeno culturale

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La morte di George Floyd, ad opera di un Ufficiale di polizia bianco, qualche settimana fa, ha scatenato proteste ed indignazione da parte dell’opinione pubblica non solo americana.

L’episodio ha, per contro, suscitato ferme e vive proteste da parte della comunità bianca e repubblicana, in maggiore evidenza, che avallava l’operato delle forze di polizia, stanti le numerose proteste, ultimo baluardo contro una più che evidente recrudescenza delle violenze nelle strade.

Questo è un fatto di innegabile evidenza. È un argomento di cui si dibatte, non da ieri e neanche da ieri l’altro. È un fenomeno sociale che interessa la politica e la società americana da più di 250 anni. E’ il tema che, nelle Democrazie occidentali, viene fuori ad ogni piè sospinto.

Il nocciolo della questione si può ritrovare in un piccolo volume dal titolo “White Fragility”, per i Tipi Beacon Press, Boston.

L’autrice (di origine Italo – americana) ripercorre l’excursus del concetto di razzismo in America nelle sue fasi storiche.

Che si possono riassumere in quattro brevi punti che qui si cercherà di esporre. Il primo, sicuramente, l’arrivo nell’America della seconda metà del Settecento, dei “Coloni”.

Gruppi di pellegrini scismatici dalla Chiesa di Roma, che, nel solco della rivoluzione cattolica protestante, cercarono terre “incolte” e fertili, in quella smania comprensibilissima di cercare nuovi proseliti, un’evangelizzazione dei popoli ad ogni costo, anche quando questa andava a minare le tradizioni millenarie delle genti autoctone.

Tant’è.

Gente operosa, i”Pilgrims”, feconda, radicata in tradizioni anglosassoni forti di una cultura millenaria, sia sul piano giuridico che morale ed economico.

Da qui l’insediamento sul territorio e la progressiva costruzione di comunità di persone, radicata sul territorio.

Che avrebbero dato, poi, origine, al consolidamento degli attuali Stati Uniti d’America, prima potenza mondiale.

Il secondo punto fondamentale si ritrova nella psicologia dei popoli che hanno colonizzato questi luoghi.

A differenza, forse, di un “humus mediterraneo e latino”, quello anglosassone è sempre stato più rivolto al concetto di successo, individualismo, meritocrazia.

Basti pensare all’esodo massiccio dei diciottenni dalle case, vuoi per studio, vuoi per lavoro, financo per ribellione.

È il concetto dell’arrangiarsi, un’ottica che può risultare di non facile presa in culture in cui il vero concetto di famiglia è radicato.

Questo “modus vivendi” ha sempre scatenato un’ondata di differenza e diffidenze. Di scontri e rivalità, di “confronti” generazionali ed interraziali.

Il terzo punto sviluppa il “vivere” quotidiano, l’attitudine che si ha nello spendere tempo e voglia nel relazionarsi con gli altri.

A tal punto, si chiede, l’Autrice, ed è questo il “focus” della discussione, cosa spinga la popolazione bianca americana ad essere razzista, e, contestualmente, non rendersene conto.

Non tutta la popolazione, beninteso. Sicuramente, viene facile, rilevare, la differenziazione in classi sociali della società.

La “Lower”, Medium”, “Upper – Medium”, e “High” sono termini di paragone assolutamente accettati.

Sono “I” termini di paragone con cui una ragazzina esce con un ragazzino o lo stronca, forse prima di tutto i genitori.

E questo nel quartiere, nella chiesa che si frequenta, nel “Country Club” che si ostenta.

All’interno di queste realtà, poi, vi possono essere neri, bianchi, ispanici, asiatici, sudamericani.

Resta il fatto, ampiamente dimostrato, dai media, dalle serie televisive, dai film. Il razzismo, che può essere strisciante o palese, è “antropologico”.

Il ricco bianco rispetta il ricco nero o asiatico, ma non lo vuole frequentare. Certamente quest’affermazione estrema, trova, però, un fondamento sociologico.

Questi esempi fanno da corollario, il quarto punto del Saggio.

Nel 1922 la Corte Superma degli Stati Uniti d’America definì i giapponesi immigrati, non “bianchi”.

Lo scrittore Richard Wright, espatriato, disse ad un giornalista francese che gli chiedeva quale fosse il problema sociale in America.

Ebbe a rispondere “No Negro is problem, White is the problem”.

Il problema del razzismo si è manifestato, in vari modi e con differenti forme, nel continente europeo recentemente.

Tema di discussione a parte, sicuramente per le dimensioni politiche e sociali di forte impatto mediatico.

Varrà la pena sottolineare, però, il diverso atteggiamento tenuto dalle differenti forze politiche e sociali nelle aree maggiormente interessate, ovvero quelle dell’Europa Continentale e quelle dell’Europa Orientale.

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