martedì, Settembre 22, 2020
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Il due pezzi atomico e sconvolgente come l’Atollo Bikini

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Il Bikini, famoso costume a due pezzi, prende il nome dall’Atollo delle Isole Marshall, dove si svolgono i test nucleari, e il termine viene scelto proprio per indicare il suo impatto esplosivo, mettendo in mostra gran parte del corpo femminile, fino ad allora protetto dagli occhi indiscreti.

L’idea dell’ombelico in bella vista, nasce ufficialmente nel 1946 “dal sarto francese Louis Réard a Parigi”, che riprende un abbozzo “l’Atome”, proposto da Jacques Heim qualche mese prima. Ma Réard si spinge oltre, facendone un indumento sconvolgente, definito appunto da lui Bikini. Infatti, Reard riduce ulteriormente il costume  rendendolo provocante, tanto da non riuscire a trovare una modella che lo indossasse.

E riesce nell’impresa solo con la spogliarellista Micheline Bernardini, che abituata alla nudità esibendosi al Casino de Paris,  accetta risultando anche più vestita del solito. Il 5 luglio del ’46 al Piscine Molitor di Parigi la Bernardini mostra e inaugura il nuovo bikini. Sembra però che già nel 1939 la casa di moda Jantzen, crea un due pezzi meno ridotto, con pantaloncino e bustino, ispirato al film “La donna dai due volti” con Greta Garbo.

In generale però l’accoglienza per il nuovo modello non risulta proprio calorosa e viene vietato e associato allo scandalo per molti anni. Il bikini inizia poi timidamente ad affermarsi e nel 1951 la svedese Kiki Håkansson, incoronata Miss Mondo, compare con il costume di Réard.

Un anno dopo l’audace Brigitte Bardot, osa nella vita privata come testimoniano le foto in bikini,  e nel film “Manina, ragazza senza veli” e poi ancora con “E Dio creò la donna” del 1956. Ma sicuramente il film che consacra il bikini al successo è quello con Ursula Andress, in “Agente 007 – Licenza di uccidere”, dove l’attrice appare indimenticabile nel suo fisico statuario, il ventre piatto che avanza, perfetto e seduttivo.

Sembra la nuova Venere restituita dal mare. Seguono poi altre splendide e provocanti attrici a farsi riprendere in tutto il loro splendore come Marilyn Monroe, Jayne Mansfield. Avviando lentamente la trasformazione del bikini e diffondendosi anche in Italia, dove viene esibito da Lucia Bosè a Miss Italia nel 1947 e Sofia Loren tre anni dopo al concorso con il titolo di Miss Eleganza.

Eppure il costume a due pezzi nonostante queste date storiche, non sembra poi così recente, considerando la sua presenza nel mondo antico tra i greci e i romani, come testimoniano anche alcuni affreschi con delle fasce sul seno, a Piazza Armerina in Sicilia e “chiamati subligaculum e strophium”.

“I più antichi risalgono addirittura al 1400 a.C.”. Sembra che il modello venga usato nel periodo romano tra il I-II secolo d.C., “per l’atletica, la danza e nelle scuole di ginnastica”. Infatti i bagni secondo gli usi di allora si praticano nudi.

Nei secoli successivi con il Medioevo e il Rinascimento si continua a bagnarsi vestiti, a parte qualche rara eccezione nel 1400 con corpetto e gonna. I cambiamenti invece, arrivano da Parigi intorno al 1750, in cui “si diffonde la moda dei bagni”, e più che un costume si usa “un abito con corpetto e calzoni, in tela spessa da marinaio, sovrapposto … da una grande gonna”.

Tra l’Ottocento e il Novecento si indossano per l’occasione anche il mantello, mentre il pantalone si accorcia al polpaccio, e l’abito arriva al ginocchio, con tanto di calze, scarpine e cappelli. Insomma pari a un vestito,  continuando a proteggere l’incarnato bianco, sinonimo di bellezza ed eleganza.

Ma nonostante le rigide tradizioni, il nuovo cerca la spinta e Maria Carolina, consorte di Carlo Ferdinando di Borbone nel 1824, anticipa i tempi con un completo di lana, scarpe e cappello, e si avvia verso i bagni, sfidando i giudizi critici dell’epoca. E dal 1870 si afferma l’abitudine del bagno pubblico, seppur imbardate, ma pronte a ricevere il bacio castigato del sole sulla fronte e fosse solo su un lembo di pelle.

Con il tempo il costume si accorcia, si organizzano le vacanza al mare a Rimini, Viareggio, Venezia, Fiuggi e tra il 1920 e 1930 appaiono le cuffie, i costumi atletici, con i gonnellini, smanicati e più scollati. I sarti si dedicano a questo capo, creando molti modelli con maglia lunga, calzoncini, cinturino in vita e tessuti come il lattice e il nylon, avvicinandosi all’idea che abbiamo oggi del costume.

Anche Coco Chanel accorcia i pantaloni sopra il ginocchio, avviando al modello sirenetta. Dal 1940 e anche qualche anno prima, si vedono i primi due pezzi e l’uso del cotone, con scollature più ampie fino al noto e rivoluzionario bikini di Réard. E lo stesso bikini dopo il suo debutto si evolve diventando trikini, monokini, tankini e  altri modelli come lo slip, perizoma e tanga.

S’impone  il topless con il movimento femminista e sembra che la prima a liberarsi del reggiseno tra i personaggi noti sia Laura Antonelli, rivelando le sue meraviglie e lanciando la moda per la gioia di tutti. Il costume a due pezzi, striminzito e sintetizzato, diventa naturale e ormai sono lontani i tempi quando nel 1906 la nuotatrice australiana Annette Kellerman, durante una gara in America viene multata per il suo costume, che lascia le cosce troppo in vista e rispedita al suo paese. Negli ultimi anni invece, nulla sembra più sconvolgere il vecchio pudore e tutto diventa tendenza e concesso.

Dai due pezzi in poi la riduzione di stoffa continua, per lasciare coperto il minimo indispensabile, liberamente e maliziosamente. Il cinema e la moda lo lanciano, facendone un indumento straordinariamente sexy e attraente, offrendo occasioni e fortuna alle dive e modelle, che si sporgono accattivanti tra la sabbia e piscine, in slip sgambati o abbassati.

La stessa Ursula Andress ammette che “Quel bikini ha fatto di me un successo”. In effetti pensando a lei difficilmente si riesce a ricordarla vestita, ma come una Dea creata e donata dalle acque del mare.


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