giovedì, Agosto 13, 2020
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Apice, la bellezza misteriosa dell’abbandono

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Apice Vecchia, borgo del Beneventano, conosciuto tra i luoghi fantasma, dopo il terremoto del 21 agosto 1962, per il centro storico ben conservato, ma spettrale.

Le forti scosse di terremoto del sesto e settimo grado della scala Mercalli, spostano sull’altra collina la popolazione in un nuovo centro abitato, l’attuale Apice Nuova. Restano pochi residenti ostili all’abbandono, ma costretti a lasciare le loro case, dopo il sisma dell’Irpinia nel 1980.

Sembra che le antiche origini romane risalgano a “Marco Apicio, un console romano mandato dal Senato”, per distribuire i “terreni conquistati” ai legionari. Forse anche il nome deriva da “Apicio”, oppure da “Opici”, una popolazione antica. E poi nel tempo in entrambi i casi, il nome subisce un’evoluzione in Apice.

La presenza romana è confermata nel luogo, anche dalla via Appia, il Ponte Rotto e altri simboli come tombe, colonne e monete. Vicino al borgo si trova il Castello dell’Ettore, che risale all’ottavo secolo e si trova sul punto più alto del colle.

Ha una forma decagonale con due torri, ma in origine ne sono presenti quattro con le prigioni e dei percorsi per facilitare la fuga durante gli attacchi. “Oggi le sue stanze sono sedi del museo civico della civiltà contadina”, e anche della Biblioteca comunale. Inoltre, hanno soggiornato al castello Federico II di Svevia e S. Antonio da Padova, si narra prima di morire.

Altro riferimento del luogo è il Convento di S. Antonio, un richiamo religioso, costruito nel 1530 e oggi sede dei Frati Cappuccini, che nell’anniversario del Santo diventa “meta dei pellegrini”.

Tra le congregazioni religiose di rilievo anche “il Convento di S. Francesco, la cui fondazione insieme con la fonte miracolosa vengono attribuite al Santo di Assisi nel 1222, durante la sua venuta nell’Italia Meridionale”.

Si racconta anche dell’incontro del Santo con l’Imperatore Federico II. Si può ammirare tra le architetture di rilievo la Chiesa Collegiata di Santa Maria Assunta in Cielo​ e la Chiesa dei Santi Bartolomeo e Nicola​, i “palazzi signorili del XVIII e XIX secolo, come i … Cantelmo, Perriello e Falcetti”.

Apice oggi, viene considerata la Pompei del Novecento, tra i luoghi abbandonati più suggestivi, ma chiuso al pubblico e valorizzato negli anni per spettacoli, riprese cinematografiche e servizi fotografici.

A breve diventa lo scenario per altri set, tra cui la nuova edizione del programma “Ghost Town”, un cortometraggio girato dalla società “Fairness Agency srls” e le riprese per un film sulla “Seconda Guerra Mondiale” di Johnny Lambiase. Occasioni per tenerla viva e rianimarla dal suo torpore.

Infatti, il luogo affascinante, ricco di storia resta cristallizzato con le immagini degli antichi palazzi vuoti, cadenti, che riportano alle 19.30, segnando la sorte del centro e consegnandola all’ombra.

Perdono la vita diciassette persone e vengono allontanate altre 6.500. Eppure non tutti si arrendono e quelli che restano si ostinano a pensarlo ancora come luogo vivo, dormendoci o mantenendo un’attività.

Da ricordare il tenace barbiere Tommaso Conza, che ha continuato a lavorare sembra fino al 2013. Anche il sindaco Luigi Bocchino resta fino al 2007, ancorato alle sue radici e poi costretto andarsene.

Le case appaiono di uno o due piani, ci sono chiese, bar, botteghe, cantine, officine, vecchie auto, mobili, riviste e piazze desolate, abbandonate di corsa, lasciando le tracce di chi ci ha vissuto e amato.

Le insegne sbiadite come quelle dell’Alimentari, Macelleria, Beccaria, Biliardi, rimandano a una quotidianità sparita. Al lavoro, agli appuntamenti e agli incontri di un tempo, che animano i bar e le botteghe e fanno pensare all’andirivieni e al calpestio dei passi, dove ora nell’immobilità l’erba trova il suo sfogo e s’innalza intatta.

Anche tra le mura e le fessure delle facciate, la natura germoglia, i rami s’intrecciano fra le case facendosi sempre più spazio in un silenzio inquietante, espandendosi senza l’intralcio dell’uomo. Ricorda le vecchie favole quando per un incantesimo un mondo si ferma e resta in attesa di risvegliarsi ancora al rumore, ai passi, alle voci, ai bambini che giocano.

E sembra di vedere tra i vetri rotti e le porte spalancate, la paura e la corsa in balia del fato e della natura che trema e che vince ritornando lentamente anno dopo anno, tra sole e pioggia al verde e alla pace.

Apice appare sospesa in un sonno profondo e si colora di una bellezza disarmante, quella misteriosa dell’abbandono, degli spettri del passato, che invitano a tornare per svelarne i segreti.

Il loro sguardo continua nel silenzio a scrutare e raccontare, bisbigliando e spiando tra schegge di vetro e ragnatele, che si ritraggono appena l’occhio dell’uomo curioso, si posa sulle facciate e tra le ombre l’iride li cattura e li vede.


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