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L’ironia infallibile e senza tempo di Massimo Troisi: “Io sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu”

| 20 Giugno 2020 | CINEMA, CULTURA

Il grande Massimo Troisi spento il 4 giugno del 1994, dopo ventisei anni dalla sua mancanza, resta nei ricordi più vivo che mai. Muore a soli quarantuno anni nel sonno, per un attacco cardiaco, lasciando un dispiacere generale, simile a quello di un familiare amato.

E la consapevolezza, che il mondo non avrebbe restituito con tanta facilità un altro Massimo come lui. Una combinazione straordinaria di genio e nobiltà, un’anima pura. Il tempo che solitamente sbiadisce qualsiasi figura, in questo caso accresce il valore della sua unicità e creatività. Una persona vera, innovativa, che lascia un vuoto in un mondo di caricature e macchiette.

Troisi attore, regista, cabarettista con il dono del garbo e grazia poetica, nasce a San Giorgio a Cremano il 19 febbraio del 1953, in una famiglia umile, numerosa, ultimo di sei figli, vive circondato da nonni e zii. “Sono nato in una casa con 17 persone. Ecco perché ho questo senso della comunità assai spiccato. Ecco perché quando ci sono meno di 15 persone mi colgono violenti attacchi di solitudine“.

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La madre Elena è una casalinga e il padre Alfredo un ferroviere, che cita spesso durante le interviste, raccontando della sua Befana con il solito trenino offerto dalle Ferrovie dello Stato. “Affetto sin da bambino da febbre reumatica, Troisi sviluppa una grave degenerazione della valvola mitrale”, che lo porta a una morte prematura.

Sembra che la sua passione per il cinema diventi un’ispirazione folgorante, dopo aver visto il capolavoro di Rossellini: <<Comme aggio accumminciato a fare l’attore? Ecco… io ero ‘nu guaglione… ero andato a vedere un grande film. Si trattava di “Roma città aperta”, … Me n’ero uscito da ‘o cinema con tutte quelle immagini dint’ ‘a capa e tutte quante le emozioni dentro. Mi sono fermato ‘nu mumento e m’aggio ditto… “Massimo, da grande tu devi fa’ ‘o geometra”>>.

Inizia la sua carriera negli anni Settanta, come cabarettista e con Lello Arena ed Enzo Decaro, formano un gruppo I Saraceni poi chiamato La Smorfia. Il trio si rivela sbalorditivo, propone una comicità partenopea, nuova e garbata, arrivando al successo nella “trasmissione televisiva Non stop e della successiva La sberla”, con mamma RAI.

Tra gli sketch proposti: San Gennaro, L’annunciazione, La fine del mondo, Il pazzo, con delle battute memorabili, ancora efficaci, prive di ruggine e usura. Con il suo napoletano musicale, comunica e convince tutti dal sud al nord, sempre con umiltà e senza nessuna posa, o sforzandosi di essere altro: “Penso, sogno in napoletano, quando parlo italiano mi sembra di essere falso”.

Il gruppo comunque, si scioglie negli anni Ottanta e Massimo dichiara: “Mentirei se dicessi che l’intesa è venuta meno solo sul piano artistico… In effetti, si erano create anche delle divergenze sul piano dei rapporti umani, specialmente tra me e Decaro … Poi c’è stato anche il fatto che non riuscivo più a scrivere mini atti per tre. Diciamo la verità: La Smorfia mi limitava. Per me che intendo dire tante cose, era come muovermi in un cerchio chiuso”.

Lascia il segno con L’Annunciazione e le sue “tube sessuali” nel Il pazzo, personaggio che violenta una ragazza, la madre e il padre giustificandosi: “A colpa è di mio padre, direttò, pecchè io tutt’ ‘e sere ca turnavo a casa, se metteva ‘int’ ‘e rrecchie: “Tiene trent’anne, t’ ‘a vuò fà na famiglia?.. T’ ‘a vuò fà na famiglia?..” E ie me l’aggio fatt”. E diventa un minollo, un animale sconosciuto Nell’Arca di Noè, raro e introvabile quanto la sua singolare e amabile persona.

La sua carriera da solista si avvia e debutta al cinema nel 1981 con Ricomincio da tre. Due anni dopo un altro successo Scusate il ritardo, e nel 1984 nel film geniale Non ci resta che piangere, con Roberto Benigni. Nel film “Troisi e Benigni elaborarono la pellicola sull’improvvisazione; non esisteva un vero e proprio copione ma, invece una sorta di canovaccio per qualche scena”. Diventa un grande successo di pubblico e d’incassi, sembra “più di cinque miliardi di lire soltanto per quanto riguardava le prime visioni”. Indimenticabile la spiegazione del gioco delle carte, il termometro al genio Leonardo da Vinci attonito e incredulo.

Raggiunta la fama viene considerato un punto di riferimento della comicità e cultura napoletana e intervistato dai giornalisti per svariati argomenti ammette incredulo: <<Adesso vengono i giornalisti e mi chiedono: “Troisi, tu che ne pensi di Dio?”, “Troisi, come si possono risolvere i problemi di Napoli?”, “Troisi, come si può esprimere la creatività giovanile?”. Ma che è? Pare che invece ca ‘nu film agg’ fatto i dieci comandamenti>>.

Segue nel 1987 il film “Le vie del Signore sono finite, ambientato durante il periodo fascista”, che riceve il “Nastro d’argento per la miglior sceneggiatura”. Un anno dopo partecipa a un altro film Splendor di Ettore Scola con Marcello Mastroianni e nel 1989 in Che ora è?.

Sempre con Ettore Scola lo ritroviamo in Il viaggio di Capitan Fracassa, del 1990 e l’anno dopo Pensavo fosse amore… invece era un calesse. Infine, l’ultimo lavoro e capolavoro Il postino nel 1994, che coincide con la sua perdita, proprio il giorno dopo averlo finito.

Ma Troisi continua a deliziare con la sua bellezza, l’ironia, i film, le poesie, i pensieri, la lingua esportata e riproposta in tutta la sua eleganza possibile: «È stato quasi un fatto ideologico, che forse oggi non ha più valore, non ha più forza, riscontro. Forse se cominciassi adesso a fare teatro a Napoli non avrebbe questa importanza l’uso del dialetto. E invece per anni o, almeno, in quegli anni, per me è stata come un’ostinazione; ma non tanto a usarlo quanto a non volerne uscire. Perché il napoletano io l’ho usato allora e lo uso adesso in modo normale, non spettacolare”.

L’eredità di Massimo non è solo artistica ma umana, di una persona genuina, gentile: “Da ragazzo i miei continui e disinteressati slanci di altruismo mi diedero la fama di buono. Da grande quella di fesso.” E nelle interviste la sua sincerità è comicità e disarmante: “Io non leggo mai, non leggo libri, cose… pecché che comincio a leggere mo’ che so’ grande? Che i libri so’ milioni, milioni, non li raggiungo mai, capito? pecché io so’ uno a leggere, là so’ milioni a scrivere, cioè un milione di persone e io uno”.

Tra le sue relazioni sentimentali quella con Anna Pavignano, anche sceneggiatrice in alcuni suoi film. Ancora Jo Champa, Clarissa Burt e l’allora giovanissima Nathalie Caldonazzo, che resta l’ultima compagna, conosciuta per caso in un ristorante.

Frequenta per un periodo anche l’attrice Jennifer Beals e sembra che per la sua proverbiale pigrizia non riesca mai ad accompagnarla all’aeroporto. Infatti, quando Ettore Scola gli chiede: “A che ora ti sei svegliato per accompagnarla?”. Lui: “L’aggio accompagnata… fino alla porta”. Non si è mai sposato: “Non è che sono contrario al matrimonio; però mi pare che un uomo ed una donna siano le persone meno adatte a sposarsi.”

Molti dei suoi film s’ispirano a situazioni reali come in “Scusate il ritardo, il personaggio del fratello che fa l’attore comico di successo… è un personaggio autobiografico”.

Inoltre, Troisi da neonato diventa il testimonial della Mellin per uno spot del latte in polvere. Infatti, la madre invia la sua foto e viene scelto per la pubblicità. Vive a Roma in una villa ai Parioli e muore a casa della sorella a Ostia. Tra i suoi amici anche Benigni, Pino Daniele e Nino D’Angelo.

Troisi, dimostra che la vera grandezza è nella semplicità e umiltà, pur essendo straordinariamente immenso. Divertente, semplice, poetico, come Massimo appunto, in ogni sua parola ed espressione: “Il successo è solo una cassa amplificatrice… se uno è imbecille prima di ave’ successo diventa imbecillissimo, se uno è umano diventa umanissimo”. E “Se mi accostano a Totò e a Eduardo a me sta benissimo: sono loro che si offendono”.

TAG: #festival #cinema #venezia, film, Massimo Troisi
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