L’inseguimento di Apollo e l’inafferrabile Dafne

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Apollo “lo splendente, il puro”, Dio del sole e delle arti, musica e poesia, nasce dall’unione di Zeus con la Dea Leto, che libera dal dolore “il cuore degli uomini”.

Un figlio illegittimo concepito in una delle tante avventure del Signore dell’Olimpo, provocando l’ira di Era, sua sorella e consorte, che maledice la povera Leto, costringendola a vagare, fino a quando non trova asilo nell’isola di Delo.

E dopo nove giorni di parto il grande Dio del sole appunto, vede la luce insieme alla gemella Artemide, la dea della caccia. Apollo sin dalla nascita mostra un carattere particolarmente suscettibile, sembra che basti niente, una parola sbagliata per essere puniti “con la pena capitale”.

Insomma non proprio un tipo leggero e un tantino permaloso. Attratto soprattutto da “personaggi di sesso maschile”, ma anche da donne. “Il primo grande amore del Dio Apollo è Dafne che significa lauro, alloro”, dal greco.

La leggenda viene narrata dalle “Le Metamorfosi” di Ovidio, e si diffondono diverse storie e miti, intorno a questo amore sfuggente.

La ninfa Dafne, figlia del fiume Peneo suscita l’interesse di Apollo e secondo il racconto di Luciano De Crescenzo in “I miti degli Dei”, Eros viene deriso da Apollo mentre “si esercita con l’arco”.

Eros allora per vendicarsi estrae “due saette di diverso effetto, una che accende l’amore e l’altra che lo scaccia”. Ad Apollo tocca l’amore e a Dafne, l’odio, che la porta quando lo incontra a fuggire “disgustata”, e a proteggere il suo voto di castità.

Ma Apollo non demorde è pur sempre un Dio e tra i più importanti dopo Zeus, e di certo non si arrende alla riluttanza della ninfa. Inoltre, quando intravede “in un certo Leucippo” un rivale, lo costringe a travestirsi da donna per avvicinarsi a Dafne, fingendosi suo amico.

Le ninfe infatti, mentre si bagnano nude, quando scoprono la sua identità, come previsto da Apollo, lo uccidono. Dimostrandosi Apollo,  nonostante la luce di cui dispone, ingannevole e oscuro.

Apollo raggiunto il suo obiettivo eliminando un possibile rivale, continua insistente, il suo corteggiamento da stalking inseguendola. E appena la raggiunge, Dafne sfinita supplica l’aiuto del padre, di voler rinunciare al proprio corpo: “Mutate la mia immagine, se è questa che mi rende desiderabile”.

E mentre Apollo finalmente la cinge, Dafne si trasforma in una ruvida corteccia, con rami e foglie e diventa un albero d’Alloro, sfuggendo per sempre all’abbraccio carnale di Apollo.

Eppure, Apollo nonostante la fredda sembianza, anche dopo continua ad amarla e a onorare la sua memoria coprendo con una corona d’alloro o lauro gli “eroi e vincitori”.

Infatti, imperatori, militari e illustri poeti da allora, vengono omaggiati sul capo, con la corona di lauro.  E nasce dal lauro anche il termine Laurea, come conclusione e riconoscimento degli studi universitari.

L’amore di Apollo fa diventare l’alloro una pianta sacra, simbolo di titoli e gloria. Tra i significati dati alla leggenda è la lotta tra il desiderio carnale e la castità, che si rincorrono e che trova una conclusione nella metamorfosi.

Un risolutivo e poetico cambiamento, che suggella un amore infelice. Oppure “l’aurora che fugge al cospetto del Sole”, e ancora la necessità dell’illusione di fronte alla deludente realtà. La storia d’amore impossibile, ispira grandi artisti che li immortalano sulla tela come Giorgione, Giovanni Battista Tiepolo e Gian Lorenzo Bernini nella scultura.

Per Apollo Dafne resta un’immagine fedele e idealizzata nella sua mente, un desiderio soffocato. Ma probabilmente se lei avesse ceduto, e per capriccio trasformata in un albero, magari Apollo avrebbe sospirato con sollievo e sostituita nei pensieri da nuove bellezze molto prima. E senza nessuna gloria e parole, come quelle eterne e nobili di Apollo, riportate da Ovidio:

«Se non puoi essere la sposa mia, sarai, almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra… E come il mio capo si mantiene giovane con la chioma intonsa, anche tu porterai il vanto perpetuo delle fronde!».

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