La Filarmonica della Scala al Parco della Musica di Roma

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Concerto straordinario della Filarmonica della Scala al Parco della Musica di Roma, che ha festeggiato con quattro giorni di ritardo il 67esimo compleanno del suo Maestro, Riccardo Chailly. Il concerto, dedicato alla memoria di Fabrizio Saccomanni, banchiere, economista e politico scomparso l’8 agosto 2019, ha attratto un pubblico numeroso alla sala Santa Cecilia dell’auditorium progettato da Renzo Piano, nonostante la dilagante psicosi coronavirus.

Il poema sinfonico “Finlandia” di Jean Sibelius ha aperto il concerto. Un brano il cui significato extra-musicale ne plasma la forma musicale, mettendo in evidenza lo spirito patriottico che lo anima. 

Nel 1899, lo zar Nicola II accentuò con alcune misure repressive l’oppressione della Finlandia. Lo stesso anno, Sibelius reagì contro la limitazione delle libertà più elementari scrivendo “Finlandia” op. 26, come finale di una serie di Quadri che descrivono scene leggendarie e storiche. I primi cinque furono raccolti nell’opera 25 con il titolo di “Scènes historiques”. I sei quadri vennero eseguiti per le “Celebrazioni della stampa” il 14 dicembre 1899, a Helsinki, sotto la direzione dello stesso Sibelius, che trasformò in note un accorato appello patriottico.

Il brano si compone di un unico movimento diviso in diverse sezioni, in cui ogni gruppo orchestrale si riconosce e viene messo in valore singolarmente per poi unirsi in un’intensa e struggente esplosione melodica. L’iniziale ”Andante sostenuto” è una rappresentazione dell’oppressione zarista in cui dominano gli ottoni con toni cupi e accordi forti, accompagnati dai timpani.

Al tema successivo, sommesso, intonato dai legni e ripreso con più vigore dagli archi, si collega un Allegro moderato che riporta al tema irrequieto d’apertura. Segue una nuova idea musicale in otto note, che si ripeterà fino alla fine del brano e si espande a tutta l’orchestra, portando all’enunciazione di una melodia lenta, quasi un inno, per il quale lo scrittore V. A. Koskenniemi nel 1941 scrisse un testo poetico. Nel 2001 il parlamento finlandese ha presentato una mozione, poi respinta, per trasformarlo in inno nazionale della Finlandia.

Il concerto in la minore per pianoforte e orchestra op. 16 di Edvard Grieg ha visto il gradito ritorno a Santa Cecilia di Jan Lisiecki, pianista canadese 24enne dallo straordinario curriculum. Il New York Times lo ha definito “un pianista che sa fare in modo che ogni nota conti”. Lisiecki è salito alla ribalta internazionale  nel 2010, quando il Fryderyk Chopin Institute ha pubblicato una sua registrazione, all’età di 13 anni, dei Concerti per pianoforte di Chopin.

Il concerto in la minore per pianoforte e orchestra op. 16 di Grieg, l’unico per strumento solista e orchestra scritto dal compositore, fu composto nel 1868 durante una vacanza in Danimarca. La serenità melodica del primo movimento suggerisce freschezza di idee musicali ed eleganza dell’orchestrazione, in un linguaggio armonico che preannuncia tendenze musicali impressionistiche.

Il tema dell’Adagio, affidato all’orchestra e ripreso con sognante delicatezza dal pianoforte, coinvolge emotivamente l’ascoltatore in suggestioni timbriche tipiche del lirismo nordico.

Il terzo tempo (Allegro moderato e marcato) ha una dinamica varia e brillantezza sonora, sui ritmi della danza norvegese. Ascoltando questa composizione non si può non pensare al virtuosismo delle composizioni di Chopin, Schumann e Liszt. Proprio Liszt, ammiratore di questo Concerto, aveva proposto alcune modifiche nella parte orchestrale, ma successivamente è prevalsa l’edizione originale scritta da Grieg, più equilibrata nel rapporto tra solista e orchestra, alla quale ha fatto riferimento Riccardo Chailly nel concerto al Parco della Musica.

“Voglio non solo conoscere il popolo, ma del tutto affratellarmi ad esso” scriveva il ventenne cadetto e proprietario terriero russo Musorgskij. Destinato dal padre a una carriera militare che rifiutò per dedicarsi unicamente alla musica, Musorsgskij restò fedele a questo motto anche dopo aver perso ogni ricchezza familiare con l’affrancamento della servitù della gleba, nel 1861.

Dell’impegno sociale del grande compositore russo troviamo traccia anche in “Bydlo”, uno dei “Quadri di un’esposizione”.

L’opera per pianoforte, scritta nel 1874 per onorare la memoria dell’amico architetto e pittore Viktor Aleksandrovič Hartmann, è un percorso ideale in cui si alternano pagine descrittive (Quadri) con brevi passaggi musicali che indicano lo spostamento del visitatore da una sala all’altra (Promenade). Attraverso evocazioni e suggestioni musicali ispirate alla tradizione popolare russa, alla fiaba, al senso del grottesco e del macabro e alla concezione epica della storia, Musorgskij crea con forza visionaria quadri musicali autonomi. Nel 1922 Maurice Ravel trascrisse l’opera per farne una versione orchestrale,  brillantemente eseguita dalla Filarmonica della Scala.

In polacco la parola “Bydlo” ha una doppia accezione: il carro trainato dai buoi è anche, per estensione, il popolo sfruttato come animali. Il quadro si ispira alla leggenda di un carro di contadini polacchi, dalle ruote alte e pesanti, che viene faticosamente trainato nel fango dai buoi. Tuttavia, non si è mai trovata traccia di un quadro di Hartmann che rappresentasse un carro, e sul manoscritto originale di Musorgskij, il titolo originale è stato grattato via con un coltello. Quando Stasov, responsabile dell’Esposizione, chiese spiegazioni a Musorgskij, il musicista rispose: “Lasciamogli credere che si tratti di un carro”.

Lo strumento solista di Bydlo è la tuba, che grazie alla sua estensione grave, evoca bene l’immagine del carro trainato dai buoi/popolo sfruttato. Nell’arrangiamento di Ravel, Bydlo inizia con una melodia suonata dai registri più gravi dell’orchestra: fagotto, controfagotto, violoncelli e contrabbassi. Su questo accompagnamento si eleva il canto della tuba, che conferisce al movimento un tono grave, scuro e struggente che evoca una marcia. Progressivamente, tutti gli strumenti si uniscono fino ad un “fortissimo” che segna il passaggio del carro davanti allo spettatore, seguito da un “diminuendo” che rappresenta l’allontanamento del carro.

Ma la tuba francese in do, per la quale Ravel scrisse questa parte, ha le dimensioni di un euphonium e un’intonazione di un’ottava superiore a quella della tuba usata oggi in orchestra. Per questo l’euphonium è stato preferito da Riccardo Chailly per questa parte.

Di questo strumento affascinante ma poco conosciuto ci parla al termine del concerto al Parco della Musica Agostino Marzoli, Professore di tuba ed euphonium presso il Liceo musicale Farnesina di Roma e il Chris Cappell College di Anzio: “Seguo tre ragazzi con l’euphonium, di cui due come primo strumento e uno come secondo strumento. Attualmente, in Italia, c’è una cattedra specifica di euphonium solo nei Conservatori di Milano, L’Aquila e Palermo”.

 

L’uso di questo strumento in formazioni da camera – spiega Marzoli – non è ancora diffusissimo, ma le cose stanno cambiando. Un impiego importante è nel quartetto di tube (due tube e due eufoni), una formazione sta dedicando attenzione un crescente numero di compositori”.

“L’euphonium è uno strumento dalle grandissime potenzialità espressive e virtuosistiche. Oggi esiste una importante letteratura per euphonium solista. L’Italia, fino ai primi decenni del ‘900, ha dato i natali a grandi interpreti di questo strumento, da Simone Mantia a John Perfetto. Poi questa tradizione si è un po’ persa, per essere recuperata soprattutto nella cultura anglosassone e americana, nelle quali sono diffuse formazioni come le brass band, in cui l’euphonium ha un ruolo importante”.

L’Italia paga lo scotto di aver introdotto questo strumenti da pochissimo nei Conservatori, ma grazie allo sforzo di alcuni musicisti di grande rilievo come Steven Mead e Bastien Baument , spesso in Italia in occasione di masterclass e concerti, questo ritardo si sta recuperando e sta venendo fuori una generazione di eufonisti molto validi”.