Piazza Navona tra un passato glorioso e un offuscato presente

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Passeggiando per il Centro Storico di Roma, avventurandosi nei vicoletti che portano al Pantheon e a Piazza Navona, il percorso appare cupo, poco illuminato, come se si trattasse di una zona limitrofa, non un luogo secolare intriso di storia e arte. La luce fioca nasconde “La grande bellezza” e arrivati nella monumentale Piazza Navona, i pochi lampioni disposti e le insegne dei ristoratori non bastano a chiarire l’intera area.  La visione in penombra della Piazza, con la sua fontana, priva di venditori e artisti di strada la fanno sembrare spenta, incolore, senza più quella particolare vivacità che l’ha caratterizzata e resa una tappa artistica obbligatoria per turisti e residenti.

Eppure Piazza Navona, denominata “originariamente in Agone”, simbolo delle tante meraviglie del centro, risale all’antica Roma e nasce per volere di Domiziano nel 85 d.C.,  come uno Stadio dalla forma concava, di 265 metri, largo 106 metri, in grado di ospitare fino a 30.000 mila spettatori. La Piazza “Campus Agonis”, con la sua particolare forma tra il 10.–11. sec., viene destinata per i giochi, le gare di atletica che continuano fino al Rinascimento. Inoltre, tra il 1810-1839, nel largo si festeggia il carnevale e si organizzano anche le corse al fantino.

La Famiglia Pamphili, originaria di Gubbio (1461-1760), nella loro ascesa al potere “per volere di papa Innocenzo X”, abbelliscono la Piazza in stile monumentale, per “impressionare” con il loro prestigio. E sembra che la scelta degli artisti per rappresentarli al meglio, sia stata dell’influente Donna Olimpia Maidalchini, con Gian Lorenzo Bernini per le sculture della “Fontana dei quattro fiumi” e Francesco Borromini, che sostituisce Rinaldi per la Chiesa di Sant’Agnese in Agone.
Tra i due geni del Barocco, architetti e scultori, poi si diffondono leggende di rivalità e interpretazioni varie sulla posizione della statua il Rio della Plata nella Fontana del Bernini, quasi sconcertata nell’osservare la chiesa del Borromini. Ma sembra solo una leggenda, perché la fontana viene terminata intorno al 1651, invece i lavori della Chiesa si svolgono dal 1652 al 1657. Tra l’altro, sembra che il Borromini non avesse a disposizione grandi fondi e per la costruzione utilizzasse materiali minori, facendone comunque un capolavoro.

Inoltre, si racconta che sul luogo, dove è stata costruita la chiesa sia avvenuto il martirio della dodicenne Agnese, nel 304 d.C.,  con la persecuzione dei cristiani, dopo aver “rifiutato il figlio del Prefetto” e aver tenuto fede al voto di castità . Infatti, la fanciulla viene spogliata, ma i suoi capelli crescono incredibilmente e “miracolosamente” fino a coprirla. A quel punto  nessuno tenta di approfittarne, ma viene bruciata e “trafitta con una spada”. E sembra che sul luogo di morte della poi Santa, in suo onore, la  “più antica chiesa risalga al VIII secolo: più volte ricostruita”.

Nella Piazza si possono ammirare anche “la Fontana del Moro, scolpita su disegno di Giacomo della Porta e ritoccata dallo stesso Bernini”, e la Fontana del Nettuno di Gregorio Zappalà e Antonio della Bitta, costruita nel 19. secolo.
I Palazzi importanti invece presenti, che decorano la Piazza, sono Palazzo Braschi, Pamphili, Tuccimei, De Torres – Lancellotti.  L’Obelisco invece è stato portato nella piazza successivamente dal Circo di Massenzio nel 1649.


Nella Piazza fino all’Ottocento, si svolge un mercato rionale, sospeso poi nei mesi caldi, dove nobili e plebe si rinfrescano. I bagni e gli schizzi  con l’acqua, però  vengono proibiti da Pio IX per motivi d’igiene, nel 1866. In seguito anche il mercato confluisce in quello di Campo de’ Fiori e la vendita riservata solo al periodo natalizio associata all’Epifania, con la tradizionale Befana. Negli ultimi anni quest’attività è stata sospesa dal Campidoglio e concessa solo a pochi venditori nei giorni festivi.

Ora la Piazza appare spenta, non essendoci un’idea illuminante, un tema di luci che adorni la fontana e l’intero spazio per ridarle il valore e lo splendore che meriterebbe. Sicuramente se la Piazza fosse stata dei Francesi o Inglesi ora brillerebbe fino alla Luna. Per non parlare  dei Cinesi e Americani, che riuscirebbero a creare una sequenza di luci anche in ogni piccola goccia d’acqua, per renderla visibile nell’Universo. A Roma, purtroppo bisogna aspettare tempi migliori. E volendo ammirare la grandezza dell’opera, prima di addentrarsi nei meandri oscuri, conviene armarsi di candele o meglio ancora di una potente e ardente torcia, che “illumini” e riveli  il suo valore “immenso”.