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Le promesse ai “pentiti” non mantenute e la censura della video intervista di Pelazza

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Giunti alla fine del 2019 abbiamo deciso di pubblicare la video intervista di Luigi Pelazza, “Ecco come viviamo noi pentiti, buttati via dallo Stato”, andata in onda domenica 22 dicembre, di cui è scomparso il link.

Malgrado il video in questione non risulta raggiungibile nel link condiviso da diversi utenti, nella puntata intera di circa 3 ore (198 minuti), la video intervista non è stata eliminata e da lì l’abbiamo ripresa integralmente.

Video Pelazza censurato

L’intervista del giornalista Pelazza tocca questioni importanti per capire sia come si muove “il soldato” dentro le mafie, ma anche la vita all’interno di un carcere durante e dopo la sua collaborazione con lo Stato.

Tra un “pentito di camorra” e uno di “Cosa Nostra” e il figlio di un ex potente boss, è possibile avvalorare quella cultura contro le “mafie” e soprattutto quel mondo sporco che, come in “Gomorra”, sembra affascinare adolescenti.

Il potere dei soldi, del rispetto per paura, della vita carceraria che vede spesso “gli agenti della polizia penitenziaria” coinvolti in aggressioni e continui rischi senza che nessuno possa capirne il “motivo di fondo”. Questa intervista rappresenta la crudeltà di un mondo ancora oggi sconosciuto e che noi giornalisti, a nostro rischio, cerchiamo di raccontare nonostante le denunce e le minacce.

Proprio questa intervista segna quel confine di cui è possibile scrivere e parlare e ciò che non si può, quel confine “morale e intimo” che spesso la “politica” dimentica e altri tentano di censurare.

La puntata de Le Iene, di domenica 22 dicembre, ha totalizzato ad oggi più di 100 mila visualizzazioni, per tale motivo la censura del video intitolata “Ecco come viviamo noi pentiti, buttati via dallo Stato” ci è sembrata irrisoria e di cattiva pubblicità per Mediaset e lo stesso programma de Le Iene che aveva dapprima pubblicato il servizio separatamente dagli altri.

Il video, che vedrete in due parti distinte, mette anche in evidenza la vita da affiliato di una famiglia mafiosa e dall’altra le promesse nonostante siano scritte nel contratto di collaborazione.

 

La censura di queste interviste e notizie è contro uno Stato che da anni combatte la criminalità organizzata e cerca di alzare la cultura del popolo italiano vittima delle mafie.

Se oggi vengono compiuti blitz e arresti il ringraziamento va a chi denuncia, ma soprattutto alle Procure e alle Forze dell’ordine che costantemente seguono le indagini. Sarebbe un disastro per le varie DDA perdere i denuncianti (pentiti e testimoni di giustizia) solo per le promesse non mantenute da una politica sempre assente “umanamente” dai bisogni di queste figure.

Un ex camorrista, appartenente alla famiglia Schiavone (Casal di Principe), e un ex appartenente a “Cosa Nostra”, alle domande di Luigi Pelazza, dichiarano quanto segue.

Perché hai scelto di entrare nelle famiglie di mafie?

C: Per lucro, rispetto, donne

M: Comandare è meglio che fottere…il fatto di camminare in mezzo al quartiere, ti portano rispetto.

Come si entra nella mafia?

C: Devi superare una decina di esami…richieste estorsive, atti intimidatori, commercianti da taglieggiare

Cosa dicevi per taglieggiare?

C: Devi metterti a posto con quelli di Casal di Principe

E se non lo facevano?

C: Gli incendiavamo il locale, facevamo le così dette “stese”

Come funziona la “stesa”?

C: 4-5 in moto, andavamo a sparare dal macellaio, dal tabacchino…

Sparavi ad un’altezza d’uomo?

C: Si

Che succede appena spari?

C: C’è chi si butta a terra, chi gridava

E se ti avessero chiesto di ammazzare qualcuno?

C: L’avrei fatto

M: Eravamo pronti per farlo

Pronti vuol dire che tutto è pianificato nel dettaglio.

M: Dietro un omicidio c’è sempre una grossa organizzazione. Rubi una moto giorni prima, la prepari, poi quando esci dieci minuti prima viene rubata una targa da una moto uguale. La applichi, se ti fanno un controllo mentre cammini è tutto regolare, perché alle forze dell’ordine non gli risulta rubata la moto, perché l’hai rubata poco prima.

Chi dovevate uccidere?

M: Un mafioso che riscuoteva il pizzo e che faceva la cresta sul pizzo.

Per quello si paga con la morte?

M: Assolutamente sì, perché tu rubi i soldi a gente che è carcerata e uno dei principi dell’organizzazione è sostenere chi è in carcere, il mancato sostentamento può essere causa di pentimento

Chi paga materialmente il carcerato?

M: C’è un incaricato che si occupa mensilmente di andare presso l’abitazione di un parente, chessò il padre del carcerato, e gli porta lo stipendio

Ma quanto guadagna un carcerato dalla mafia?

M: Un soldato magari 1.000 euro al mese, un “maggiore “o un “capitano” 3.000/3.500 più le spese legali

M: All’interno di “Cosa Nostra, se sfrutti delle donne per farle prostituire?! No, no, no, la prostituzione è una cosa gravissima, si muore per questo. L’importante che garantisci un guadagno per la famiglia.

Esempio le estorsioni nei cantieri…

C: Tutti quanti in ginocchio, noi con le pistole…e il giorno dopo avevano già pagato il pizzo

Poi ci sono le scommesse

M: Truccare le corse dei cavalli…perché dicevamo noi ai fantini come dovevano arrivare e se non ci stavano gli ammazzavi il cavallo, gli rompevi una zampa…

I soldi facili durante le festività…

M: Dicembre per esempio è il periodo delle bische, noi prendevamo il 10%; quindi se quella sera girava 1 milione di euro, noi avevamo guadagnato 100 mila euro.

Il servizio offerto…

M: Garantivamo che non c’erano problemi, perché alcune delle forze dell’ordine erano d’accordo e quindi non venivano fatti i controlli.

La vostra famiglia aveva a libro paga anche appartenenti alle forze dell’ordine?

M: Si.

M: Pagavamo quasi 5 mila euro al mese; erano vitali per noi, ci davano informazioni su eventuali retate o indagini in corso, questo ci permetteva di prevenire la possibilità di essere intercettati, ad esempio indicandoci dove erano ubicate le microspie.

C: A me piacevano i soldi, entravo nelle discoteche e non pagavo nulla, c’avevo tantissime donne

Quando l’antimafia inizia a darti la caccia…

M: C’era la necessità di gestire la latitanza. Quando il municipio era chiuso tramite una persona compiacente, entravamo e si facevano i documenti falsi, clonati su nominativi “puliti”

M: Il mafioso se ha grossi capitali e non ha la “persona pulita” che glieli ricicla non sa cosa farsene. Se non c’è la persona che gli mette a disposizione un appartamento, non può fare l’appuntamento, non lo può fare a casa sua che è attenzionato dalle forze dell’ordine

Come sei stato arrestato?

C: Un’intercettazione fatta dalla Polizia di Stato

M: Dei pentiti

Il carcere

C: Ci sono le regole carcerarie da rispettare, non quelle degli sbirri. Io comandavo un piano.

Cosa possono permettersi di fare detenuti di un certo tipo in carcere…

C: Prendono in ostaggio qualche guardia e gli dicono: “vogliamo 10 grammi di cocaina, subito”, loro vanno, c’è l’hanno lì e la portano, anche perché ci sono “i fine pena mai” e “prendono una guardia e la buttano nel cesso “vai”

Perché pentirsi?

C: Ho visto il futuro

M: Un magistrato mi disse: “Questo è un treno che passa solo una volta, se veramente lo vuoi, puoi cambiare”

M: Stai sei mesi in completo isolamento. Devi dire tutto quello che sai senza nascondere o omettere nulla.

Le tue informazioni hanno portato all’arresto?

C: 106 criminali

M: Abbiamo contribuito al sequestro di milioni e milioni di euro

Così si entra nel programma di protezione, portando con sé tutti i parenti…

C: 11 nuclei familiari…padre, madre, sorelle, zii, cugini…anche parenti che non sapevano nulla dalla sera alla mattina si trovavano dentro il programma, questo è l’unico dispiacere, aver rovinato le loro vite.

Intervista a Paratore Natale, che ha cambiato il nome in Nicolò, perché è figlio di un pentito, Paratore Vincenzo, ha ammazzo delle persone, ha fatto uccidere delle persone, il padre era un boss.

P: Erano le 5 del mattino credo, sono arrivate 3 o 4 persone, in casa eravamo io, i miei nonni, mia madre, ci hanno detto che ci dovevano portare via per la nostra protezione e siamo stati trasferiti in una città.

Paratore è entrato sotto programma a 13 anni, in quegli anni – dichiara – sapevo che lavorava, non sapevo cosa facesse, lo vedevo poco perché veniva la sera…di fatto il padre, Vincenzo, viveva altrove, credo per non creare casini.

“Quando la mamma ti dice: lavora fuori, giustamente ti fidi dei genitori”

Questa cosa mi ha fatto soffrire molto e quando cresciuto ho preso consapevolezza ho affrontato mio padre, “mi devi dire il perché di tutto questo”. Ho provato rabbia, ma sapevo che mio padre faceva il bene per me.

Incalzato da Pelazza che gli dice “il bene non è ammazzare”, lui, Paratore risponde: “Qualsiasi cosa abbia fatto, l’ho sempre considerato un buon padre

In riferimento al programma di protezione, dichiara:” non puoi essere sotto il programma di protezione con i tuoi documenti reali”.

Il riferimento è particolareggiato al fatto che nonostante una carta d’identità con generalità nuove, l’anagrafica nei Comuni di residenza e nelle località protette, risultano invariate, insomma se ti beccano le forze dell’ordine ti portano in caserma o questura per i dovuti controlli….

Paratore: Quando sei giovane conosce ragazzi che ti fanno sempre domande: chi sei, da dove vieni, ho cercato sempre di non aver nessun contatto con nessuno, ho vissuto sempre la mia infanzia rinchiuso sempre con la mia famiglia, proprio per evitare di farmi fare qualsiasi domanda e se ti volevi iscrivere in qualche strada, chiede Perazza, non lo facevo, non lo chiedevo neanche a mia mamma.

Al camorrista, Pelazza chiede: ma tu hai cercato di trovare lavoro col tuo nome?

C: Ma come faccio, sono stupido? Chi te lo dà un lavoro, uno che va a vedere su internet ed esce proprio un macello lì sopra.

Col nome nuovo avresti avuto una possibilità?

C: Una nuova vita

M: Io sono perfettamente inserito nella società civile, ho un’azienda con nove dipendenti.

Nessuno sa chi sei?

M: Assolutamente no, neanche i miei amici.

Una cosa però viene data a tutti: la casa.

C: Si è questa è un’altra falla perché sanno che tu sei un collaboratore. Tutti quanti perché, in quella casa, c’è stato già un altro collaboratore.

Le abitazioni assegnate ai collaboratori sono sempre quelle e negli stessi luoghi.

Paratore: Mio padre ha incontrato delle persone che si erano pentite ed ha dovuto chiamare il “referente” per dirgli “guarda che mi avete messo in una città dove ci sono altre persone come me” e quindi ci hanno preso di nuovo e ci hanno trasferiti.

C: Se non ti danno il cambio di generalità, non esiste la località protetta…Io volevo la mia vita!

Paratore: Ha deciso di rinunciare al programma di protezione e andare a vivere all’estero, perché se devo scegliere di morire voglio farlo a modo mio.

https://youtu.be/ScZlnDiAsrs

Secondo te la mafia ti vuole ancora morto?

M: Ma io penso che il debito prima o poi può essere pagato, non se lo scordano

C: Ho cambiato 18 località protette perché mi avevano trovato

Volendo tu potresti dalla famiglia e venderli tutti?

C: Esatto. Esempio: Conosco dove sta il braccio destro di Matteo Messina Denaro che si chiama Francesco Gerace. Quello è il ricercato numero 1 perché ha tradito il numero 1 di Cosa Nostra. Se io volessi venderlo, sarei ricco.

Pelazza gli chiede: quanti ne sai?

C: Una ventina minimo.

Pelazza, chiede ancora: a telecamere spente, se tu adesso ti mettessi là e mi scrivessi tizio appartiene a questa famiglia e abita qua, mi scriveresti la lista?

C: Certamente…

Pelazza, nel video, fa vedere di essere andato con la troupe a trovare uno della lista, ma senza fare vedere il volto

M: Io sono autonomo, mi posso mantenere da solo. Secondo me lo Stato non dovrebbe creare parassiti.

C: Dopo che ti ho dato il cuore e l’anima che fai, mi butti via?

Pelazza chiede all’ex camorrista: Hai fatto qualcosa di cui ti veramente dopo ti sei pentito?

C: Si, ho collaborato con la giustizia, Non è una cosa buona, perché potevo scontarmi il carcere, prendere lo zaino e andarmene via.

In questo fine 2019 vogliamo ricordare ai “professionisti e intellettuali” ciò che lo stesso Falcone, nel libro “Cose di cosa nostra”, scritto a quattro mani con la giornalista Marcelle Padovani, ha lasciato scritto a proposito del suo ruolo e rapporto con i “pentiti”:

“Sono dunque diventato una sorta di difensore di tutti i pentiti perché, in un modo o nell’altro, li rispetto tutti, anche coloro che mi hanno deluso, […]. Ho condiviso la loro dolorosa avventura, ho sentito quanto faticavano a parlare di sé, a raccontare misfatti di cui ignoravano le possibili ripercussioni negative personali, sapendo che su entrambi i lati della barricata si annidano nemici in agguato pronti a far loro pagare cara la violazione della legge dell’omertà”.

Ed ancora:

“Provate a mettervi al loro posto: erano uomini d’onore, riveriti, stipendiati da un’organizzazione più seria e più solida di uno Stato sovrano, ben protetti dal loro infallibile servizio d’ordine, che all’improvviso si trovano a doversi confrontare con uno Stato indifferente, da una parte, e con un’organizzazione inferocita per il tradimento, dall’altra”.

Riferito a sé stesso scrive:

“Io ho cercato di immedesimarmi nel loro dramma umano e prima di passare agli interrogatori veri e propri, mi sono sforzato sempre di comprendere i problemi personali di ognuno e di collocarli in un contesto preciso. Scegliendo argomenti che possono confortare il pentito nella sua ansia di parlare. Ma non ingannandolo mai sulle difficoltà che lo attendono per il semplice fatto di collaborare con la giustizia. Non gli ho dato mai del tu, al contrario di tanti altri; non lo ho mai insultato, come alcuni credono di essere autorizzati a fare, e neppure gli ho portato dolci siciliani, come qualcuno ha insinuato. Tra me e loro c’è sempre un tavolo, nel senso proprio e metaforico del termine: sono pagato dallo Stato per perseguire dei criminali, non per farmi degli amici”.

“Conoscere i mafiosi ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni. Ho imparato a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore; ad avere un rispetto reale, e non solo formale, per le altrui opinioni. Ho imparato che ogni atteggiamento di compromesso – il tradimento, o la semplice fuga in avanti – provoca un sentimento di colpa, un turbamento dell’anima, una sgradevole sensazione di smarrimento e di disagio con sé stessi. L’imperativo categorico dei mafiosi, di “dire la verità”, è diventato un principio cardine della mia etica personale, almeno riguardo ai rapporti veramente importanti della vita. Per quanto possa sembrare strano, la mafia mi ha impartito una lezione di moralità”.

Infine:

“Questa avventura ha anche reso più autentico il mio senso dello Stato. Confrontandomi con lo “Stato-mafia” mi sono reso conto di quanto esso sia più funzionale ed efficiente del nostro Stato e quanto, proprio per questa ragione, sia indispensabile impegnarsi al massimo per conoscerlo a fondo allo scopo di combatterlo”.

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