Loredana Berardi: tra tenacia, passione e magia trionfa con “Dentro l’Oscurità”

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Loredana Berardi scrittrice, nata a Torino nel 1971, vive a Novara, racconta in un’intervista dei suoi libri, il riscatto e il vissuto, come un esempio di talento e determinazione. Appassionata di scrittura si diletta sin dall’infanzia a scrivere, considerandola come “una parte di me, quella silenziosa, timida, è tutto!”.

Nel 2002 esordisce con il primo romanzo “Un angelo accanto”,  ispirato da un sogno, in cui parla della sua esperienza con il suo Angelo custode. Collabora nel frattempo con alcuni giornali come “Le Stelle di Grandi Veggenti”, proponendo i suoi “racconti di paura” e altre testate come “Ok Novara, Caffè News, Grazia e Televisionando”. Scrive anche per Mondospettacolo e conduce un programma in Radio Libera Tutti, “Fiumi di parole”, “un salotto letterario”.

Dopo qualche anno pubblica “La tempesta dell’anima”, che parla della solitudine dell’anima e viene presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino. E nel 2018 propone l’ultimo lavoro, pubblicato dal “Gruppo Albatros Il Filo”, “Dentro l’Oscurità”, un racconto autobiografico e liberatorio. Infatti, l’autrice cerca di esorcizzare anni difficili della sua infanzia e adolescenza, vissuti, sotto scorta, per il lavoro del padre Comandante del Corpo Polizia Penitenziaria, in un carcere di massima sicurezza a Novara.

Sono gli anni ‘70 segnati dal terrorismo, le Brigate Rosse e personaggi della criminalità, come Vallanzasca, presente in carcere. Loredana Berardi racconta le sofferenze vissute in questo periodo, le rivolte, gli stati d’ansia, le paure e gli effetti sulla sua salute con la depressione, gli attacchi di panico e la bulimia. Ma dimostra scrivendo, che con la tenacia, la fede e le passioni, nonostante le difficoltà, i sogni possono concretizzarsi, trasformando il dolore in creatività e ottimismo per riemergere, come lei, Forti e Vincenti.

Lei ha iniziato a scrivere presto e ha definito la scrittura “terapeutica”, ma ripercorrere scrivendo un vissuto non facile significa anche riviverlo. Non è stata tentata soprattutto nell’ultimo lavoro “Dentro l’Oscurità”, di abbandonare il progetto e dedicarsi a qualcosa di più leggero?

Si sì assolutamente, quest’idea l’ho avuta tantissime volte, perché ripercorrere alcuni fatti della mia vita, mi hanno fatto stare comunque male, entrare nel vivo del ricordo e a un certo momento anche bloccata. Perché non riuscivo ad andare avanti. Quindi ho lasciato stare per un periodo. Poi mi sono guardata dentro e secondo me, se ricordando ancora quei momenti stavo così male, forse non avevo tirato tutto fuori. E allora ho ripreso il quaderno e con tanta forza, mi sono detta devo comunque superare anche quel poco, che è rimasto dentro di me e che ancora mi fa male. E così scrivendo, piangendo, sono riuscita a superarlo e ce l’ho fatta.

Nel 2015 ha esordito con “Un angelo accanto a me”, tra l’altro in ristampa per il suo successo. Come nasce questo racconto e quali sono i suoi angeli. E quanto conta la fede per lei.

Il libro è “Un angelo accanto”, viene pubblicato nel 2002, poi nel 2015 ha una seconda ristampa. Perché, viene notato grazie alla seconda opera. In questo libro racconto la mia esperienza con gli Angeli custodi, in un delicato periodo della mia vita, che qui mi ricollego al libro autobiografico. Perché in un determinato momento, qualcuno mi ha veramente sorretto e aiutata altrimenti avrei fatto una brutta fine, preso una brutta strada. Io ho molta fede, perché quando stavo male in quei momenti bui, due cose non mi hanno mai abbandonato, e sono stati i miei sogni; la voglia di scrivere di diventare una scrittrice e la grande fede in Dio. Io pregavo sempre, che un giorno tutto questo dolore potesse piano piano alleggerirsi e così è stato. Oggi tra i miei Angeli prima di tutto, credo che l’Angelo più importante sia la mia mamma, che è venuta a mancare due anni fa, a cui l’opera autobiografica è dedicata. E quindi credo, sono convinta, la sento vicina a me, che lei sia al mio fianco per aiutarmi sempre sempre. Perché poi la vita è fatta di momenti brutti e momenti belli, come le montagne russe, vai su, vai giù.

Dopo alcuni anni nel 2015 ha pubblicato anche “La tempesta dell’anima”, sulla solitudine e il vuoto interiore. Cosa l’ha ispirata e come si sviluppa la trama.

Con “La tempesta dell’anima”, ho voluto prendere come oggetto la solitudine, il vuoto interiore della donna. Quindi, ho raccontato di questa ragazza, che si sentiva sola, sposata, ma il marito non c’era mai, e quindi lei per colmare questo vuoto interiore, la notte trasgrediva, si trasformava in un’altra persona, si faceva chiamare Lady. Cercava di prendere dagli uomini quello che il marito non riusciva a dargli, però non da tutti gli uomini, ma dagli uomini benestanti. E non voleva regali, non voleva niente, voleva una rosa, essere comunque coccolata. Però alla fine di questa storia c’è una grande sorpresa. Perché l’uomo che si troverà davanti è una persona, un uomo che lei conosce benissimo.

Nel suo ultimo libro “Dentro l’Oscurità”, intervistato anche dal programma di Radio Rai2 “Pascal”, “I fatti vostri” sulla Rai e la rivista “Confidenze”, racconta la sua vita in un carcere di massima sicurezza prima a Torino e poi a Novara. Le rivolte con l’arrivo di Vallanzasca. In questo periodo quali sono i ricordi più brutti che ha vissuto e che sono rimasti indelebili. E come reagiva di fronte al rumore delle rivolte e degli spari.

I ricordi indelebili credo, che sia la rivolta più sanguinosa quella che è stata poi creata da Vallanzasca. Dove io la mattina seguente, quando mi sono svegliata sotto la finestra della mia stanza, ho trovato le bare, le casse da morto, perché avevano sgozzato dei detenuti. Quindi questo credo sia un ricordo indelebile, perché me lo ricordo chiaro limpido, come se fosse accaduto ieri. E’ la cosa che non dimenticherò mai. Non dimenticherò mai la sirena, perché quando suonava la sirena, voleva dire rivolta, voleva dire paura . E allora io, cercavo di andare da mia madre, che mi dava protezione. Oppure mi chiudevo nella mia camera, tappandomi le orecchie, cercando di non sentire quel suono, che era veramente una pugnalata nel cuore. E poi anche quando ci hanno sparato, quello è un ricordo indelebile. Io tornavo a casa con mio padre, ero piccolina, eravamo con la scorta. C’era una nebbia molto fitta, il carabiniere ci ha riconosciuto, ma ci ha sparato di proposito. Lui poi ha detto che non ci aveva riconosciuto. Ma poi si è venuto a sapere che non era stato così. E quindi ho sentito il mitra sulla macchina. In quel momento, credo che per una bambina, sentire un rumore del genere è proprio la paura non di morire, ma la paura di vivere. La paura di vivere.

Lei ha vissuto una condizione anomala per un adolescente, che normalmente sperimenta e assapora le prime uscite e libertà. Invece, vivendo in Sicurezza equivale a vivere come un recluso colpevole pur essendo innocente. Come anche lei ha detto “quando perdi la libertà sei come un morto che cammina”. Ha mai colpevolizzato i suoi genitori per questo tipo di vissuto soprattutto nell’adolescenza?

Beh sicuramente quando ero ragazzina una leggera rabbia potevo averla. Ma più che con mio padre, per il lavoro che lui svolgeva. Perché purtroppo anche per lui la vita non era stata facile. Forse per quel lavoro, per quella divisa. Però poi crescendo, ho capito che purtroppo quello era il suo mestiere, da lì non avevamo via di scampo. Ho dovuto inghiottire e accettare molto amaramente, perché comunque non si poteva, non c’erano altri rimedi.

Come si svolgevano le sue giornate da adolescente in un contesto di perenne vigilanza.

Quando ero in caserma, la mattina mi accompagnavano a scuola gli agenti della scorta, alcune volte mi accompagnavano persino dentro l’aula. E quindi, vedevo che i compagni di classe mi prendevano in giro, venivo derisa. Perché comunque, era una cosa strana, che delle persone in divisa mi accompagnassero fin dentro l’aula. E poi tornavo a casa mangiavo, guardavo tanta televisione, scrivevo. Mi ricordo all’epoca c’erano Bim bum bam, il Famoso One, il telefilm Hazzard, sono stati questi i miei compagni di adolescenza. E poi scrivevo molto, perché essendo stata una bambina molto chiusa, cercavo di tirare fuori quello che avevo dentro attraverso la scrittura. Ma sempre da sola, nessuno mi veniva a trovare. Perché comprendo anche i genitori dei miei compagni, che avevano paura di entrare in quel contesto, perché abitavo dentro la caserma.

Lei parla nella seconda parte del libro, della depressione, l’ansia, l’autolesionismo e la bulimia. Quando ha iniziato a soffrirne e come li ha risolti nel tempo.

L’ansia è iniziata ad arrivare quando vivevo in caserma, in quel bunker. Perché se mi affacciavo da una parte, vedevo i carabinieri, e se mi affacciavo da un’ altra parte, vedevo il corpo di polizia penitenziaria, alcuni detenuti, le sentinelle. Quindi mi sentivo molto oppressa. E là sono iniziati i primi episodi di claustrofobia, non riuscivo a respirare. Però essendo molto piccola, non riuscivo a capire quello che stava succedendo. Sentivo che avevo un nodo alla gola, un nodo al petto, non riuscivo a respirare. Ma non comprendevo bene la gravità in quel momento. A casa pensavano che fossero capricci, perché ero piccolina, che non volevo vivere in quel contesto. Poi a diciassette anni è iniziato l’autolesionismo, dove l’unico piacere che avevo era sentire la carezza di quella lametta sulle mie braccia. Era l’unico piacere che provavo in quel momento. Ed è stato proprio allora, che ho avvertito una presenza al mio fianco che mi chiedeva: “Cosa stai facendo, Perché ti vuoi fare del male”. E allora ho posato la lametta, sono andata in camera e ho pianto. E’ stato tremendo provare piacere per una cosa orribile, era proprio il mio stato d’animo, non stavo bene. E poi la depressione è arrivata uscita dalla caserma, quando mio padre è andato in pensione, mi sono ritrovata prima a camminare con agenti di custodia e poi dopo dovevo abituarmi a camminare da sola. Quindi, ho avuto paura. Non ero abituata, ero come una bambina, e come se non avessi più i miei genitori al mio fianco e dovevo imparare a camminare. Quindi, ho iniziato ad avere i periodi di depressione, piangevo, stavo male. Non volevo andare a scuola. Veramente dei periodi bui bui. Mentre la bulimia è arrivata quando ho scoperto di essere stata adottata, che la mamma, che pensavo fosse mia madre era adottiva. Avendo questo bagaglio emotivo, cado nella bulimia, nel mostro peggiore, dove mangiare, era l’unica cosa che mi faceva piacere, per riempire quel vuoto. Ero diventata un mostro, inguardabile.

Con alcuni di questi disturbi ha detto che ha imparato a conviverci. Quali di questi sono ancora presenti, come li affronta e cosa consiglia a chi ha le stesse problematiche.

Oggi avverto ogni tanto degli stati ansiosi, ho ancora il disagio della claustrofobia. Non prendo l’ascensore, ma ci convivo, ne sono consapevole. Non faccio più come prima che avevo paura, adesso siamo diventati amici, camminiamo insieme. Quando avverto uno stato di ansia, mi fermo faccio un respiro profondo, penso che sono forte, che ho superato tante cose, lascio passare quei dieci minuti e poi ricomincio. Ma adesso siamo diventati amici, facciamo lo stesso percorso.

Lei riconosce come madre solo quella adottiva, sentendosi risolta in questo legame. Ma è “ nata da una storia extraconiugale”, e adottata da suo padre e la compagna, poi diventata sua madre. Cos’ha aggiunto di lei questo gesto?

Quando ho saputo questa notizia sono entrata in uno stato confusionale, non credevo più nei valori della vita. Poi piano piano ho fatto un lungo percorso. Ma se non avessi ricevuto quella telefonata, dove dicevano che quella signora non era la mia vera madre, non lo avrei mai potuto immaginare. Perché questa donna mi ha sempre cresciuta e amata come una vera figlia. Non mi ha fatto mai capire niente, rispetto ai miei fratelli che non ero voluta, che fossi figlia di un peccato, di un tradimento. Mai mai. E’ stata una donna meravigliosa e poche donne avrebbero fatto una cosa del genere, portare in casa la figlia del marito avuta da un’altra donna. Quindi, lei mi ha insegnato tanto, che l’amore non ha confini. Come lei ha avuto nei miei confronti. Quello che sono lo devo a lei. Sicuramente non le assomiglio nel volto, ma molto di carattere. Mi porto dentro di me questo. Lei è stata una grande donna. I figli non sono di chi li partorisce, ma di chi li cresce.

Lei ha sofferto molto e sicuramente non ha avuto una vita facile. Ma cosa le ha insegnato il dolore e cosa può aggiungere a chi si sente schiacciato dagli eventi, com’è successo anche a lei.

Il dolore mi ha trapanato l’anima, sono piena di lividi interiormente. Però sono diventata una donna fortissima, non mi piego più, dico quello che penso. Io ringrazio questo dolore che ho avuto, altrimenti sarei rimasta ancora quella bambina fragile, indifesa, che aveva paura di tutto. Invece, il dolore mi ha fortificato. Tutti, ognuno di noi ha dei momenti brutti, ma bisogna avere la forza di reagire. Di pensare che adesso questo momento sia così, ma poi passerà. Non è sempre tutto brutto. Io paragono la vita alle montagne russe. Adesso su, poi giù, è piena di brividi, bisogna affrontarli. Dalle esperienze amare, bisogna prendere la parte più bella. Io sono diventata più forte. E’ morta la mia mamma, è stato un dolore lacerante, quando si perde un genitore, ma sono ancora in piedi. E quindi difficilmente cadrò di nuovo, ma se dovesse accadere troverò la forza di rialzarmi di nuovo. E questo lo devono fare tutti. Perché la vita è l’unico dono che abbiamo ed è meravigliosa. Sempre!

Avere un passato difficile, può incidere negativamente nelle relazioni affettive, come la “diffidenza” e la “freddezza”? Oppure il bisogno di amore e serenità semplifica?

Per me è stato difficile, sia nei rapporti affettivi, che nei rapporti con le persone. Mi ha condizionato tanto, non mi fidavo di nessuno. Ancora oggi mi dicono che sono “orso”. Sono molto fredda. Faccio fatica ad aprire il cuore, perché non mi fido. Poi quando mi fido, ciecamente, apro il mio cuore, perché non voglio più stare male. Sembro, posso apparire una persona fredda, in famiglia mi chiamano un “orsetto”, ma ho un grande cuore, enorme, che pochi purtroppo riescono a vedere.

Quali sono i riconoscimenti nella scrittura che l’hanno rafforzata di più.

Avendo scritto questi libri “Un angelo accanto”, arrivato alla terza ristampa, quasi alla quarta è stata una grande soddisfazione. E “Dentro l’oscurità” è stata una cosa meravigliosa, terapeutica, mi ha fatto combattere gli ultimi scheletri rimasti ancora nell’armadio. E poi il confronto con le persone, perché mi hanno veramente intervistato dappertutto, da nord a sud, dappertutto. Di questa bambina che viveva dentro questo carcere di massima sicurezza, ha colpito tante persone. Ma soprattutto ha colpito questa rinascita, il modo in cui racconto queste cose, come se fosse di un’altra persona, poi è la mia. La scrittura mi ha liberato, mi ha tolto da una prigione, che avevo dentro e ho tirato tutto su un foglio, e l’ho regalato ai miei lettori. Anche per dare forza e coraggio, combattete, che poi non siamo mai soli, c’è sempre qualcuno lassù che ci protegge. Nulla viene per caso nella vita.

Quanto conta per lei l’amore, gli affetti.

Io anche se non lo do molto a vedere, però contano molto. Sono tradizionalista, sono molto legata alla mia famiglia, a mio marito. Anche se poi alcune volte si scherza tra amici e colleghi. Però sono una persona di grande valore e sono i valori insegnati da mia madre, me li porto dietro fino alla morte. Sono i valori più importanti, più belli che ho.

Chi si sente in dovere di ringraziare oggi, per essere una donna di successo. E si aspettava di avere tutto questo riscontro?

Voglio egoisticamente ringraziare me stessa. Perché ho creduto in me stessa per la prima volta, mi sono data fiducia. Mai nella vita è successa una cosa del genere, mi sono sempre svalorizzata. E invece, mi sono voluta dare fiducia. Ho detto: “Loredana ce la puoi fare”. E’ stata una grande soddisfazione tutto quello che mi è arrivato da questo libro, vuol dire che sono riuscita a toccare le corde dell’anima. Anche perché questo libro non tocca solo un tema, ne tocca tanti, tantissimi.

I suoi progetti futuri.

Io ho iniziato da poco un programma radiofonico su Radio Libera Tutti, si chiama “Fiumi di parole”, che va in onda tutti i giovedì a mezzogiorno. Dove io in questo Salotto letterario, ho voluto creare, per dare la possibilità a tutti gli autori di presentare la loro opera. C’è questa nuova esperienza, mi sono voluta mettere alla prova. Perché io ero una persona molto timida. Quindi, per me è una grande prova questa. Anche se ogni tanto mi emoziono anch’io. Però sono riuscita a superare anche questo ostacolo che avevo nella vita. Adesso mi godo questo libro, ci sono ancora tante interviste, mi hanno invitato in televisione, ancora in radio. Mi godo le emozioni che mi sta regalando questo libro. Mi sarei aspettata tanto clamore, ma non fino a questo punto. Vuol dire allora che questa storia è arrivata nel cuore delle persone. E sono contenta.

Anche per Loredana Berardi il dolore non è mai inutile, ma serve per definire e avere la forza di reinventarsi e tenacemente Esistere. Grazie!