‘A Livella’ di Totò

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In ricorrenza della Commemorazione dei defunti, il due novembre, non si può fare a meno di pensare alla poesia famosa ‘A livella’, scritta dal grande attore e poeta Totò, nel 1964, una riflessione per i vivi e un ricordo per i morti. Il titolo ironico, richiama lo “strumento in uso dai muratori, per livellare il muro”, e che diventa con la morte, un simbolo equo per rendere tutti uguali e abbattere le divisioni sociali. La poesia, scritta in napoletano è composta da centoquattro versi e ventisei strofe, sottolinea ironicamente l’unica parità possibile, che arriva solo con la morte, tra ricchi e poveri, geni e ordinari. Un valore che si conquista ad occhi chiusi, cedendo la vita.

I versi,  si avviano con il racconto di un “malcapitato”, che dopo aver onorato “il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza”, si ritrova non volendo,  chiuso nel cimitero,  ad assistere a una disputa sulla superiorità di un nobile, verso un povero netturbino, colpevole di essere seppellito vicino alla sua tomba, un vero oltraggio al suo  “lignaggio”. Infatti, il Marchese Signore di Rovigo e di Belluno, nella sua tomba pomposa, curata e fiorita, rimprovera alla “misera croce di legno” senza neanche un “lumino” di Esposito Gennaro: “Con quale ardire e come avete osato di farvi seppellir, per mia vergogna, accanto a me che sono un blasonato!” Il poveretto incredulo, aggiunge mortificato che:

“Si fosse vivo ve farrei cuntento, pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse e proprio mo, obbj’…’nd’a stu mumento mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

E a un certo punto, “scucciato” dalle continue polemiche del marchese, gli ricorda che ormai, in quel luogo i titoli, lo stemma, la casata, non hanno più valore, perché:

“Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale…T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella che staje malato ancora e’ fantasia?…
Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?
A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella… Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive: nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”.

I versi, richiamano la nota “polemica antinobiliare”, a cui Totò s’ispira con l’opera di Giuseppe Parini “Dialogo sopra la nobiltà”, scritta nel 1757. Anche in questo componimento il dialogo si sviluppa tra due anime, un nobile e un poeta, “seppelliti casualmente in una fossa comune”. Parini esprime in quest’opera le sue idee illuministe, riuscendo attraverso il poeta a screditare le convinzioni del nobile, considerate solo “adulazione interessata”, che “non significano nulla”.

Inoltre, sembra che Totò, nato a Napoli il 15 febbraio del 1898 e spento a Roma il 15 aprile del 1967, da “padre ignoto” e adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi Focas, da piccolo facesse il chierichetto nella Basilica Santa Maria della Sanità. Sotto la chiesa resta affascinato dalle Catacombe di San Gaudioso, dove a volte gioca e “su ordine del parroco”, prende il vino e le candele. E il ricordo di questi luoghi,  gli affreschi, e le parole del Parini, che ispirano poi i versi della ‘A livella.
Le parole di questa straordinaria poesia, sono diventate delle massime, utile a ricordare quel poco che conta e quanto poco contiamo; che la disparità è una prevaricazione, i titoli sono solo effimere parole e spesso prive di senso e meriti,  create per sostenere il peso e gonfiarsi come palloncini d’aria. Per fortuna, nel sonno eterno basta poco, solo un tardivo, soddisfatto e spartano riposo.
Ma d’altronde come ricorda Totò:

“Questa è la vita! …
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente
?