L’alfabetizzazione emotiva in tre mosse: ecco come educare i bambini alle emozioni

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Per anni una parte della psicologia ha cercato di spiegare le cause del disagio emotivo, andando alla ricerca di ipotetici motivi nascosti, negando gli aspetti più ovvi del comportamento  e delle emozioni. Quindi  se un bambino manifestava rabbia voleva dire che era angosciato, se appariva depresso significava che era arrabbiato con se stesso.

I più recenti contributi nell’ambito della prospettiva Cognitivo-comportamentale hanno evidenziato come i meccanismi psichici che governano le reazioni emotive sono da identificare come meccanismi cognitivi, cioè modalità di pensiero, rappresentazioni mentali. Ed è proprio aiutando il bambino a sviluppare gli strumenti per rappresentarsi la realtà che possiamo metterlo in grado di superare emozioni spiacevoli.

In pratica  “per toccare il cuore del bambino dobbiamo passare per la sua mente”, come afferma Di Pietro M., nel suo libro “L’ABC delle mie emozioni”. 

Dentro la nostra mente, infatti, parliamo in continuazione a noi stessi. Il fatto che ne siamo consapevoli o no, non significa che questi meccanismi sono inconsci, ma semplicemente  che non siamo abituati ad aprire la nostra mente.

Si è visto che se un bambino viene allenato sin da piccolo con apposite procedure, può essere in gradi di ascoltare se stesso e di essere cosciente di quali sono i contenuti mentali che influenzano il suo stato emotivo.

L’educazione Razionale Emotiva (Rebt) si muove appunto dalla constatazione che è possibile favorire il benessere emotivo nel bambino insegnandogli, quanto prima possibile, a pensare in modo corretto.

L’intento della terapia razionale-emotiva non è   quindi, quello di eliminare ogni emozione spiacevole, ma minimizzare l’impatto che tali emozioni hanno sulla vita reale dell’individuo. Anche le emozioni negative, infatti, hanno un loro valore, legato alla sopravvivenza della specie. Così come il dolore fisico ci comunica che qualcosa sta nuocendo al nostro corpo, anche il disagio emotivo ci segnala l’opportunità di mobilitare le nostre risorse per fronteggiare la situazione.

Come possiamo aiutare i nostri bambini? Questa è la domanda che più frequentemente mi rivolgono i genitori, preoccupati per la mancanza di consapevolezza nei propri figli. Provo qui a dare qualche piccolo consiglio, che non vuole essere assolutamente un manuale da seguire, ma un semplice supporto al difficile compito educativo  genitoriale.

1. Riconoscere le proprie emozioni.

Innanzitutto si cerca di aiutare il bambino a riconoscere, a identificare le proprie emozioni, a essere consapevole di quali sensazioni nascono in lui in relazione a dati avvenimenti. Attraverso attività pratiche, adatte alle età dei nostri bambini, li aiuteremo a dare un nome a ciò che sentono, a identificare attraverso le immagini, gli oggetti e le parole, le emozioni che ognuno prova.

2. Rapporto tra pensieri ed emozioni.

Aiutarlo a identificare il rapporto esistente fra modo di sentirsi e modo di pensare e a rendersi conto che se si sente in un certo modo è perché pensa secondo determinate modalità. Insegnare loro, attraverso l’uso di storie, ad esempio, che esiste un rapporto diretto tra pensieri ed emozioni. Loro si immedesimeranno nei personaggi e arriverà prima il concetto.

3. Ristrutturazione cognitiva.

Infine, possiamo aiutare il bambino a intervenire su quei meccanismi mentali che sono alla base di emozioni disfunzionali, operando una trasformazione all’interno della propria mente e quindi cambiando qualcosa nel proprio dialogo interno, ossia nel modo in cui parla a se stesso quando interpreta e valuta ciò che gli accade (i bambini spesso parlano tra sé  e sé ad alta voce e questo ci aiuta a comprendere i loro meccanismi mentali). Potremmo favorire l’acquisizione di abilità di autoregolazione dei propri stati emotivi, ad esempio con l’uso di musica rilassante quando si sentono agitati e far testare a loro l’effetto ottenuto.