Storie di onestà, di verità vere e presunte, di tentativi di mascariare le persone per che lavorano orgogliosamente

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Nei giorni scorsi sono stati pubblicati degli articoli su un noto quotidiano on line di Siracusa e un editoriale nel Veneto, ed alcuni post ripetuti su facebook da uno dei collaboratori dei vari articoli.

Il preciso scopo di tale articoli di inchiesta non era tanto di stabilire una verità dei fatti quanto raccontare una storia e documentarla con obiettività e onestà intellettuale. Il diritto di critica giornalistica, che riceve diretta tutela dall’art.21 della Costituzione Italiana, deve necessariamente trovare quel punto di equilibrio nel necessario bilanciamento con i diritti individuali della persona riconosciuti dall’art.2 della stessa Costituzione e soggiace a tutti i limiti individuati nei principi di legge.

Infatti, il diritto di cronaca giornalistica trova i suoi presupposti legittimanti nell’utilità sociale dell’informazione, nella verità oggettiva e nella forma civile dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione ovvero in una forma non eccedente rispetto allo scopo da conseguire e tale da escludere un deliberato intento denigratorio.

Questi concetti, che dovrebbero ispirare qualsiasi cittadino e ancor di più chi ritiene di dover fare informazione specie se gode di una testata giornalistica di tutto rispetto, vengono regolarmente calpestati ogni volta che l’argomento da trattare riguardano “personaggi famosi”.

Senza alimentare inutili polemiche, dopo anni di esperienza professionale nel campo dell’informazione è sempre di più evidente che quanto sta accadendo nel mondo del giornalismo e dell’informazione in generale – non è più casuale – e che la magistratura prima o poi riuscirà a far piena luce.

Ci riferiamo ai nostri articoli sul giornalista “Paolo Borrometi” in particolare a due articoli pubblicati qualche giorno fa, dove in violazione di ogni legge sulla libera informazione democratica, venivano fatte una serie di critiche all’operato nostro e di un altro giornalista.

Al giornalista Paolo Borrometi, indicato nei titoli degli articoli, non gli sarà sembrato vero che qualcuno potesse citarlo – una volta ogni tanto – per evidenziare alcune lacune e documentarle. Tanto è vero che con post su Facebook, condivisi e forzati da articoli che citavano il metodo mafioso del “mascariare”, girava un video con il sen.Nicola Morra presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, e lo pubblicava sul suo sito e anche sulle varie pagine Facebook che cura nel tentativo, oramai svelato, di screditare chiunque pur di non rispondere o replicare gli articoli.

Stupisce come sia il Borrometi che il Sen. Morra, venuti in possesso degli articoli e dei documenti allegati, non abbiano pubblicato osservazioni e il secondo non sia stato richiamato dal CSM e Commissione Parlamentare Antimafia, magari con una interpellanza delle altre forze politiche.

Né lui, né il suo direttore dell’AGI, né i parlamentari, non hanno ritenuto – a tutt’oggi – di approfondire la problematica. Il giornalismo nasce per informare il cittadino-lettore e le istituzioni hanno il dovere di adottare qualsiasi provvedimento affinché l’informazione non rimanga censurata, o meglio malleabile per alcuni soggetti e rigida per altri.

Ci rendiamo conto che quanto appena detto produrrà effetti contrari alle nostre intenzioni di fare chiarezza sulla vicenda e sull’uguaglianza dell’informazione. Nei nostri articoli tutti hanno omesso in violazione di ogni norma deontologica ed etica la verifica dei fatti documentati, mancando di rispetto allo stesso principio di uguaglianza e democrazia.

E’ fondamentale farsi una domanda: come mai se uno scrive la verità, se rivolge delle critiche o svela dei disservizi compiuti da un politico, è un bravo giornalista; invece se le stesse osservazioni, critiche o disservizi, vengono compiuti da funzionari dello Stato, paladini antimafia, diventa oggetto di denunce alle autorità, richieste di documentazioni per svelare chissà quali intrighi e in assenza di alcun addebito, diventa vittima di tentativi di mascariamento o di chissà cos’altro? A voi l’ardua sentenza!