Quest’anno purtroppo ci siamo giocati “Parma”.

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State tranquilli, il capoluogo emiliano è salvo. Nulla a che vedere con le vicende, a volte turbolente, del sindaco Pizzarotti. La capitale del gusto e dei sapori gode fortunatamente di ottima salute. A destare preoccupazione invece è il Rapporto annuale Istat 2019 recentemente presentato. Scorrendo le pagine, il primo dato che salta all’occhio è la differenza tra le nascite e i decessi, quello che in termini statistici viene definito saldo naturale. In un anno si è registrata una perdita di 193.000 unità. È come se, in sostanza, quest’anno fosse sparita una città con la popolazione di Parma. Un calo demografico così consistente non si registrava da circa un secolo, dai tempi delle nefaste vicende della Prima guerra mondiale e dell’epidemia di spagnola. L’Italia non fa più figli e nel frattempo invecchia; questo uno dei messaggi lanciati da Gian Carlo Blangiardo, dallo scorso febbraio presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica, durante la presentazione del volume. Stando così le cose, la rappresentazione geografica della distribuzione della popolazione per fasce d’età, che dovrebbe rappresentare una piramide, assurge sempre più a miraggio. Nei prossimi trent’anni, stando alle previsioni, la popolazione in età attiva (15-64 anni) scenderà a circa il 54,2% sul totale. È facile individuare le conseguenze per l’economia: con circa 6 milioni di persone in meno in età lavorativa, sarà più gravoso trainare l’economia, generando una probabile contrazione del Prodotto Interno Lordo. Gli effetti di questa recessione demografica sono stati per lunghi anni attenuati dal saldo migratorio. Ora che anche questa componente rallenta, non è più possibile limitare le conseguenze della contrazione della popolazione. Guai però a circoscrivere il danno del calo demografico esclusivamente a problematiche di natura economica: meno figli e quindi in futuro inevitabilmente meno scuole, solo per citare un aspetto. Sostegno concreto alle famiglie, è quello che si chiede da più parti per incentivare di nuovo la natalità. Bisogna intervenire altresì con decisione permettendo ove possibile il superamento delle condizioni di difficoltà. Facile a dirsi, più difficile a farsi, questo perché politiche di ampio respiro mostrano i propri effetti soltanto dopo molti anni. Non una scusa questa però, e ci mancherebbe, per rinviare la programmazione di interventi per affrontare il problema.