L’arresto cardiaco uccide 60.000 italiani l’anno, 8 proposte per la diffusione dei defibrillatori

184

La vita è appesa ad un filo, spesso quello del defibrillatore. Sono molte le aritmie maligne, che possono provocare una morte improvvisa.

Ogni giorno, in Europa, 1000 persone al giorno muoiono per arresto cardiaco, 400.000 in un anno, di cui 60.000 in Italia. “E’ il killer numero uno nel modo occidentale, uccide una persona ogni 8 minuti, ma la sopravvivenza triplica se a intervenire, il prima possibile, sono i ‘laici’, ovvero personale non sanitario in attesa dell’arrivo dell’ambulanza”.

A spiegarlo, durante l’audizione in Commissione Affari Sociali della Camera, Daniela Aschieri, direttore dell’Unità operativa di cardiologia e riabilitazione presso l’Ospedale Unico della Valtidone (Piacenza).

Nel corso dell’audizione, nell’ambito dell’esame delle otto proposte di legge presentate alla Camera recanti “Disposizioni in materia di utilizzo dei defibrillatori semiautomatici e automatici in ambiente extraospedaliero”, Aschieri ha illustrato i risultati ottenuti dal Progetto Vita, grazie al quale Piacenza è diventata la città più cardioprotetta d’Europa.

“L’esperienza, pilota in Europa, – ha spiegato Aschieri, esperta dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (Anmco) – esiste da 21 anni e ha consentito di istallare ben 877 defibrillatori in città, tutti integrati con la centrale operativa attraverso una app regionale”.

Per chi è colpito da arresto cardiaco ogni minuto che passa diminuisce de 10% la possibilità di sopravvivere, per questo intervenire prima fa la differenza.

“I nostri dati – sottolinea – mostrano il 41% di sopravvivenza tra i defibrillati da personale laico a fronte del 5% di quelli defibrillati da personale a bordo dell’ambulanza. E ora a Piacenza la semplificazione sta entrando nei condomini, con la presenza di un defibrillatore ogni 150 metri”.

Spesso il problema non è però solo la mancanza di defibrillatori, ma anche molte barriere al loro utilizzo, come la paura di fare del danno. “E’ necessario quindi – conclude – liberalizzarne l’utilizzo e aumentare l’informazione su come farlo”.

Il defibrillatore è un apparecchio salvavita in grado di rilevare le alterazioni del ritmo della frequenza cardiaca e di erogare una scarica elettrica al cuore qualora sia necessario. L’erogazione di uno shock elettrico serve per azzerare il battito cardiaco e, successivamente, ristabilirne il ritmo.

Generalmente, un defibrillatore è composto da due elettrodi che devono essere posizionati sul torace del paziente (uno a destra e uno a sinistra del cuore) e da una parte centrale dedicata all’analisi dei dati da essi trasmessi.

Esistono quattro principali tipologie di defibrillatori: il defibrillatore manuale, il defibrillatore semiautomatico esterno, il defibrillatore automatico esterno e il defibrillatore impiantabile o interno.

Il defibrillatore manuale è il dispositivo più difficile da utilizzare poiché ogni valutazione delle condizioni cardiache viene completamente delegata al suo utilizzatore, così come la calibrazione e la modulazione della scarica elettrica da erogare al cuore del paziente.

Per tali motivazioni, il defibrillatore manuale viene utilizzato prettamente da medici o da operatori sanitari abilitati. Il defibrillatore semiautomatico esterno è un dispositivo “intelligente” in grado di funzionare quasi in completa autonomia.

Una volta collegati in maniera corretta gli elettrodi al paziente, mediante uno o più elettrocardiogrammi che il dispositivo effettua in maniera automatica, il defibrillatore semiautomatico esterno è in grado di stabilire se è necessaria o meno erogare uno shock elettrico al cuore.

Più precisamente, è in grado di “comprendere” se il paziente è stato colpito da arresto cardiaco e, qualora il ritmo fosse defibrillabile, avverte l’operatore, della necessità di erogare una scarica elettrica al muscolo cardiaco. A questo punto, l’operatore dovrà solo premere il pulsante di scarica.

Il primo luglio 2017 è finalmente entrato in vigore il Decreto Balduzzi. Per legge, dunque, tutte le associazioni sportive dilettantistiche devono essere in possesso di un defibrillatore DAE e di personale addetto al suo utilizzo.

Ma ad oggi non tutti gli impianti sportivi ne sono provvisti. Per non parlare dei vari luoghi pubblici.