Forze dell’Ordine, morti in servizio. Vittima è anche chi resta

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L’importanza del ricordo, della memoria. In queste parole è racchiuso il senso del Cammino della Memoria, della Verità e della Giustizia che il Sindacato Autonomo di Polizia (Sap), ogni anno da quattro anni, organizza negli ambiti del Memorial Day. Quest’ultimo, un contenitore di eventi che si svolgono nel mese di maggio, su tutto il territorio nazionale, dal 1993, anno successivo alle stragi di Capaci e Via D’Amelio.

Ricordare il sacrificio di quanti hanno pagato con la propria vita, per difendere gli ideali di verità, legalità e giustizia. E’ quello che hanno fatto i camminatori partiti da Roma il 5 maggio scorso e giunti a piedi – percorrendo la via Micaelica – a Monte Sant’Angelo, sede del Santuario di San Michele Arcangelo, patrono della Polizia di Stato, il 16 maggio. Contemporaneamente ai camminatori, sono partite dal Friuli Venezia Giulia, Puglia, Abruzzo e Sicilia, le cosiddette “Staffette della Memoria”, gruppi di ciclisti che, tappa dopo tappa, commemorazione dopo commemorazione, hanno incrociato i pellegrini a Monte Sant’Angelo.

Il sacrificio, la fatica, la lontananza per ben due settimane dalle proprie famiglie, per rendere omaggio a coloro che ci hanno lasciato nell’adempimento del dovere. Ogni tappa è stata dedicata ad uno di loro, con un pensiero, un messaggio, un momento di riflessione.

E a proposito di riflessioni, una davvero molto importante e toccante è stata quella del Segretario Provinciale Sap di Campobasso, Ubaldo Colarusso, durante una cerimonia di commemorazione presso il commissariato di Termoli, in occasione del passaggio delle Staffette provenienti dal Friuli Venezia Giulia e dall’Abruzzo.

Colarusso ha voluto dedicare quella commemorazione al poliziotto Emanuele Petri, ucciso nel 2003 mentre era in servizio, su un treno regionale, da due terroristi delle Nuove Brigate Rosse.

Quel giorno di 16 anni fa, Emanuele Petri non era solo. Con lui c’erano altri due colleghi, tra cui Bruno Fortunato, morto suicida nel 2010.

Ecco, Bruno Fortunato, come qualcuno avrà potuto pensare, non è morto da vigliacco: è morto da vittima del terrorismo abbandonata dallo Stato.

Mentre Emanuele Petri moriva a causa di un colpo di pistola alla gola, sparato da Mario Galesi, Bruno Fortunato rimase ferito a fegato e un polmone, mentre a pochi passi da lui, l’altra terrorista, Nadia Desdemona Lioce, cercava di azionare la pistola sottratta al terzo poliziotto, Giovanni Di Fronzo. Nonostante le ferite, nonostante avesse visto il suo collega per terra esanime, nonostante il rischio di essere finito dalla Lioce che non lo uccise solo perché la pistola aveva la sicura, Bruno Fortunato non sparò. Dolorante affranto, con fegato e polmone perforato, mise le manette ai polsi della Lioce senza ricorrere all’arma di ordinanza.

Chiunque in una circostanza simile, per salvare sé stesso e l’altro con sé, avrebbe sparato o cercato di annientare il pericolo in qualche modo. Bruno Fortunato non lo fece. Non sparò, ma da grande poliziotto, fedele servitore, assicurò alla giustizia chi aveva appena ucciso un uomo di Stato. Assicurò alla giustizia membri di una ricostituita organizzazione terroristica, che aveva assassinato un anno prima un altro uomo, Marco Biagi, mentre rientrava in casa in bicicletta.

Bruno Fortunato ebbe una lunga degenza dopo un delicatissimo intervento chirurgico, e una settimana in rianimazione, a seguito delle gravi ferite riportate nell’agguato. La guarigione e l’essersi salvato, non cancellarono mai, però, dalla sua mente quel giorno in cui perse la vita il suo collega Emanuele Petri. Fortunato andò in pensione anticipatamente e, chi lo conosce, dice di lui che dopo quell’evento non fu più lo stesso. Si tolse la vita nella sua casa di Anzio nel 2010, 7 anni dopo quel tragico evento, con un colpo di pistola alla testa.

Bruno Fortunato si sentiva abbandonato. Poco prima di morire, infatti, disse a proposito delle vittime di terrorismo: «Qualche sera fa ho ascoltato un’intervista ai parenti di Aldo Moro, i quali hanno detto che nessuno si è più ricordato di loro e neppure gli amici si sono fatti più vivi. Accade anche a me, nonostante io abbia incontrato le Brigate rosse molto più recentemente».

Questo ci fa capire come la vittima sia anche chi sopravvive, perché immagini del genere non le dimenticherà mai e se le porterà dietro per il resto della vita. Qui, l’importanza della riflessione del Segretario Provinciale di Campobasso Ubaldo Colarusso: ricordare non solo nell’immediatezza di un tragico evento, ma sempre, ogniqualvolta si guarda un servitore dello Stato.

Il Sap con il Memorial Day fa proprio questo: in occasione dei vari eventi e commemorazioni, incontra quando possibile i famigliari delle vittime portando loro la vicinanza e l’affetto. E lo fa davvero, non per circostanza. Lo fa con il cuore, come ha fatto il Segretario Generale del Sap Stefano Paoloni, durante l’evento finale del Cammino questa mattina, rivolgendosi alla vedova e al figlioletto del poliziotto Adriano Epifani, morto nel 2010 in servizio, a causa di un terribile incidente stradale. Con gli occhi lucidi e una immensa commozione, in una sala gremita ed emozionata, mentre le consegnava dei fiori e una targa di riconoscimento, le ha detto che non saranno mai soli e che il suo bambino farà sempre parte della grande famiglia della Polizia di Stato.

Una grande famiglia. Ecco di cosa ha bisogno chi resta, perché è a loro che tocca la cosa più difficile: andare avanti, portare avanti quei valori per i quali i loro cari hanno pagato con la vita.

Ecco perché quest’anno il Sap ha scelto come simbolo un cuore: perché è lì che resta chi non c’è più; perché è lì che vive il ricordo. E i cuori “a metà” di chi ha perso un caro nell’adempimento del dovere, hanno bisogno di vicinanza e commemorazioni… Per non dimenticare e per non dimenticarli.