Italia e Francia divisi sugli investimenti cinesi. Realtà o apparenza?

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Dopo aver definito pericolosa la visita di Xi Jinping in Italia e nonostante le ormai consuete ostilità del presidente francese nei confronti delle azioni politiche del governo italiano, è proprio Emmanuel Macron ad ospitare con tutti gli onori il leader cinese a Parigi.

Come stanno giocando Francia, Italia e Cina?

Seppur su scale diverse, Pechino e Roma sono due economie tendenzialmente molto simili. L’Italia è stata infatti per molto tempo una economia basata su una industria di export manifatturiero a costi dimezzati rispetto ai vicini europei. Oggi, seppur al rilento, l’Italia resta per composizione strutturale un’economia di esportazione con vitale necessità di importazione di materie prime.
L’economia cinese in Italia ha rappresentato una spietata competizione
nel settore retail proprio perché, loro, riescono a fare prezzi ancora più bassi dei nostri, obbligando tantissimi piccoli venditori italiani a chiudere bottega.
Le condizioni in futuro potrebbero cambiare leggermente dato che il Bel Paese è sempre più orientato a vendere
la Dolce Vita dello “stile italiano”, piuttosto che manifattura scarsa a basso costo. Marchi di lusso, turismo, cultura e prodotti agro-alimentari: tutti settori di cui la nascente classe media cinese è golosa. Dal canto della Cina, anch’essa è sempre più orientata ad abbandonare il modello invasivo che ha sommerso il mondo di merce di scarsissima qualità a bassissimo costo. Infatti la Cina si affaccia a una nuova fase storica della propria economia in cui cresce il ceto medio (storicamente mai esistito), in cui i salari medi si alzano sempre di più, così come la qualità della tecnologia e della merce prodotta. Quindi sono Pechino e Roma davvero in rotta di collisione?
La riconversione delle due economie allontanerebbe questa ipotesi, resta però in campo il fatto che entrambe sono economie tuttora basate sull’export
manifatturiera, quindi perché la Cina mira al mercato italiano?
L’appetito degli italiani per la telefonia in generale, e più in specifico per le nuove tecnologie di Huawei, potrebbe senz’altro essere un motivo, ma non è affatto il più importante.

Per Parigi, la Cina è un formidabile nemico per la propria micro-egemonia continentale, per questo stringerci accordi prima che sia troppo tardi è fondamentale.
Infatti, una volta che un attore anticipa gli altri, quest’ultimi sono obbligati a seguire a prescindere dalla loro volontà. In questo caso è stata l’Italia ad anticipare tutti, ergo la Francia deve conseguire con un bel contratto milionario di 30 Airbus.
Quando si arriva alla realtà strategica politica, non ci sono ideali che tengano.
Macron, con una mano ha stipulato a sua volta accordi bilaterali con Pechino sulla scia di Roma, e con l’altra mano ha però invitato Merkel e Juncker ai tavoli per ribadire che gli accordi con Xi Jinping vanno negoziati insieme.

Per Pechino, l’Italia è solo una prima testa di ponte iniziale per obbligare tutta l’area europea ad accettare l’ingresso cinese nel nascente mercato euroasiatico.
Pechino, aggredendo economicamente le periferie dell’UE (ad esempio Grecia, Montenegro) vuole porre le condizioni per cui fra qualche anno sarà già entrata nel mercato del Vecchio Continente, che Berlino o Parigi vogliano o meno.
Infatti, l’area europea nel suo complesso, è molto volenterosa ad accettare l’export cinese. Il ceto medio nord-europeo è sempre più ricettivo nei confronti del Celeste Impero ed è proprio qui che l’asse Mosca-Pechino prende piede: nella creazione di un grande continente Euroasiatico. Ovviamente un continente Euroasiatico vedrebbe l’Europa incrinare sempre di più del legame atlantico, nonché vedrebbe ridotto, nel lungo termine, il potere dei colossi industriali europei che si troverebbero a competere con altre realtà.

Per l’Italia invece, la mossa rappresenta un potenziale doppio vantaggio nel breve termine e due grossi punti interrogativi nel lungo termine.
Infatti nel breve termine, l’Italia, garantendosi per prima gli accordi con la Cina, diventa un perno centrale nella politica europea, aumentando esponenzialmente il proprio potere negoziale nel tavolo europeo. Altro vantaggio sarà quello di aprire la Cina al mercato agro-alimentare e artistico italiano, di cui Pechino è particolarmente ricettiva. Un modo quindi per accrescere il proprio peso negoziale e per dare un po’ di ossigeno agli esportatori italiani che ultimamente lamentavano politiche europee scorrette nei propri confronti. Ma nel lungo termine restano due incognite importanti: per primo, siamo sicuri che acquisire un eccessivo potere negoziale, dato in mano a una politica nazionale tradizionalmente instabile, non rischi di distanziare eccessivamente Roma dai propri vicini di casa, minando la pacifica convivenza europea?; inoltre, siamo sicuri che l’Italia abbia un sufficiente potere negoziale per trattenere accordi bilaterali con un colosso con la Cina, senza venirne risucchiata?