Il talento di Mr. Ripley (The Talented Mr. Ripley, 1999) di Anthony Minghella è per me un film assai speciale. Come studioso anche di cinema, amo definire queste pellicole: film di sceneggiatura. La storia è tratta dal romanzo omonimo del ’55 di Patricia Highsmith.
Non trovo nulla di valido nel contemporaneo, con alcune eccezioni. Il giallo l’ho sempre trovato noioso, infatti mi interessa solo la sua versione noir e penso che la Highsmith rientri in questa categoria.
Alla fin fine non è un caso che mi piacciano sistematicamente i film tratti da questi libri; posso leggere con piacere in quel genere narrativo solamente la Highsmith ed Ellroy – uomo detestabile, ma un vero scrittore – insieme anche al nostro ucraino-italiano Giorgio Scerbanenco, che meriterebbe ben altra considerazione!
Scoprire l’assassino è a mio modesto avviso la cosa più tediosa che esista, va bene per Cluedo, ma non è per me Letteratura. Per converso, una storia che mi fa entrare nella mente dell’assassino, allora quella sì.
Se vi è una cosa che detesto in letteratura è il voyeurismo e, ancor peggio, personaggi che non sono assertivi nel loro profilo psicologico e intellettuale. Infatti amo Conrad, il quale ha smontato l’Occidente, perché, e chi scrive è uno che Conrad l’ha studiato in modo serio, pensare che le sue siano storie d’avventura è demenziale, anzi offensivo, vuol dire proprio non avere le basi di una prassi critica accademica.
Della Highsmith apprezzai molto pure Il grido della civetta (The Cry of the Owl, 1962).