martedì, Settembre 22, 2020
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Malati di austerity

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Bocciatura annunciata nel rapporto dell’Unione Europea sul debito italiano: secondo Bruxelles rimarrà attorno al 131% per i prossimi due anni e la manovra del Governo Conte, che prevede “una spesa aggiuntiva significativa”, non avrà alcun impatto positivo sulla crescita. La regola del debito violata e il “non rispetto particolarmente grave” delle regole di bilancio giustificano una procedura d’infrazione. 

Comunque la si pensi, non si può fare a meno di notare la politica dei due pesi e due misure adottata nei confronti del Governo Conte rispetto ai precedenti. Nonostante i titoli compiacenti dei giornaloni, i quattro i governi del presunto “Risanamento post- Berlusconi” (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni) non solo non hanno ridotto il debito, ma hanno significativamente accelerato la dinamica di crescita. A fine 2017 il debito pubblico italiano ammontava a 2.256,1 miliardi di euro contro i 2.219,5 del dicembre 2016, i 2.173 di fine 2015 e i 2.137 di fine 2014 (fonte: Banca d’Italia).

Il braccio di ferro in corso tra Roma e Bruxelles è uno scontro tra due modelli contrapposti. Da una parte le politiche di austerity, la via proposta all’Italia dall’Unione Europea. La stessa che ha portato a tagli massicci alla spesa pubblica, alla riforma del sistema sociale, e addirittura alla distruzione della domanda interna attraverso il consolidamento fiscale, come ammesso dallo stesso Monti. Dall’altra, la ricetta di sostegno e di ricorso al debito inserita nella manovra “espansiva” del Governo Conte, che negli obiettivi dovrebbe diventare la strada per rivitalizzare la crescita in Europa.

Al tema se l’austerity possa essere uno strumento efficace per favorire dinamiche di sviluppo l’economista Ilaria Bifarini ha dedicato un libro di recente pubblicazione, “I coloni dell’austerity”.

“Con alcuni decenni di ritardo, l’Europa e l’Occidente stanno vivendo quanto già accaduto nei paesi del Terzo Mondo a partire dagli anni Ottanta. Apertura totale al libero scambio, privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica e piani di riduzione del debito hanno devastato le economie già fragili dei paesi africani, inibendone definitivamente lo sviluppo. Il meccanismo utilizzato è lo stesso adottato oggi in Italia e nel resto dei paesi più in difficoltà in Europa: la dipendenza dal debito”.

Attraverso la concessione di prestiti volti al risanamento del debito pubblico, le organizzazioni economiche internazionali hanno esportato e impiantato in Africa la politica neoliberista di matrice occidentale. A seguito di draconiane politiche di austerità, gran parte dei paesi dell’Africa subsahariana presenta oggi livelli di debito pubblico tra i più bassi del mondo. Ma alle misure di riduzione della spesa e di tagli ai già scarsi servizi pubblici si è accompagnato un netto peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, cui non resta che cercare condizioni migliori di vita altrove. Alla diminuzione del debito pubblico corrisponde infatti un aumentato dei flussi migratori verso l’Europa, e in particolare verso l’Italia.

La soluzione del problema l’ha prospettata il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz: i governi africani dovrebbero aumentare le politiche industriali che favoriscano la ristrutturazione delle economie nazionali attraverso incentivi alla creazione di industria e infrastrutture, attraverso le leggi, il sistema dell’istruzione e gli investimenti nel “capitale umano”.

A fronte di un progressivo peggioramento delle condizioni economiche ed umane in Africa e in Europa – con un diverso grado di disperazione che dipende dallo stadio di sviluppo – un manipolo di otto uomini possiede oggi beni quanto oltre tre miliardi e mezzo di persone. Queste otto persone sono fautrici della globalizzazione ad oltranza, che superando i confini geografici e culturali aumenta in modo spropositato e spregiudicato la loro ricchezza.

Lo stesso processo di ristrutturazione economica applicato in Africa, che fa leva sullo strumento del debito per la creazione e lo sfruttamento della povertà, viene ora applicato nel Vecchio Continente. E’ un nuovo colonialismo, che non fa leva sul capitale e sul lavoro, ma sul debito.

E mentre la stragrande maggioranza dell’umanità è impegnata nella lotta contro la povertà e l’impoverimento, la ristrettissima cerchia di uomini di affari, banchieri, speculatori, governanti, politici ed economisti continua ad avallare e a consolidare le regole del sistema senza porsi domande.

Entro il 2020, le misure di austerity riguarderanno l’80% della popolazione mondiale. Il consolidamento fiscale causerà la perdita del 7% del PIL globale e di 12 milioni di posti di lavoro. È ancora possibile invertire rotta? Secondo Ilaria Bifarini si può e si deve: “L’Europa e l’intero Occidente devono fare tesoro della storia dell’Africa per comprendere la situazione che si trovano a vivere e considerare gli scenari catastrofici che riserva il futuro se non si spezzano le catene dell’austerità e delle logiche dell’ortodossia neoliberista”.


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