Una contrattazione collettiva che va oltre il Jobs Act

Dall’introduzione del jobs act ad oggi, la contrattazione collettiva ritorna ad essere un essenziale strumento per tutelare i lavoratori spesso anche derogando alle nuove norme sul lavoro.

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Non è la prima volta che parliamo della riforma del lavoro attuata e rivendicata dal governo Renzi, il “jobs act”, che a detta dello stesso ex premier ha creato centinaia di migliaia di posti di lavoro. Questa riforma, però, non è stata molto apprezzata sia dai lavoratori che dai sindacati ed effettivamente il tempo sta dando molte ragioni a coloro che hanno da sempre manifestato forti perplessità.

Sicuramente le intenzioni del legislatore erano delle migliori e non si è fatto altro che cercare di rendere i contratti di lavoro più flessibili per poter permettere alle imprese di rincorrere i mutevoli cambiamenti del mercato del lavoro nonché la sempre più nevrotica concorrenza sui mercati. Il jobs act ha cercato di aumentare la flessibilità in uscita da un lato, rivedendo integralmente l’art. 18 dello statuto dei lavoratori l.300/1970, e ha reso più facile le assunzioni, soprattutto dei giovani, a tempo indeterminato, data la previsione delle tutele crescenti sul lavoro.

Ogni riforma, però, deve poi fare i conti con la realtà e spesso la teoria, seppur sospinta dalle migliori intenzioni, si scontra con delle situazioni “limite” che vanno sicuramente regolate per limare eventuali criticità che vanno a discapito sempre dei più deboli e nella fattispecie dei lavoratori.

Dall’introduzione del jobs act ad oggi, la contrattazione collettiva è ritornata ad essere un essenziale strumento per tutelare i lavoratori e negli ultimi anni lo si è fatto anche derogando alle nuove norme sul lavoro. È questo il caso, per esempio, delle tante crisi aziendali che si sono venute a verificare negli ultimi anni, spesso per ristrutturazioni, fusioni di aziende, cessione di ramo d’azienda, cambio di proprietà aziendale, delocalizzazioni e così via, che hanno visto interessati migliaia di lavoratori che si sono ritrovati, inaspettatamente, da un giorno all’altro e magari dopo decenni di attività lavorativa in azienda e con tutte le tutele previste dalla l.300/1970, a vedersi i propri contratti di lavoro mutati in contratti a “tutele crescenti” perdendo ogni tipo di tutela acquisita sino a quel momento.

Quando il legislatore ha posto in essere la riforma sul lavoro, sicuramente, non ha considerato e non ha tenuto conto di tutte le situazioni di questo genere che si potevano creare (e poi si sono venute a creare) che potevano effettivamente ledere i lavoratori. Questo perché come ogni disposizione di legge non può essere retroattiva e per questo motivo i contratti a tutele crescenti si applicano solo a coloro che instaurano un nuovo rapporto di lavoro e non a coloro che hanno un rapporto di lavoro in essere già da prima che la riforma venisse attuata. Il problema, però, sorge nel momento in cui una azienda viene ceduta ad un’altra impresa con la conseguenza che i lavoratori dell’azienda in questione cessano il loro rapporto di lavoro con l’impresa cessionaria e instaurano un nuovo rapporto di lavoro con l’impresa acquirente. Sembra un caso di scuola, una possibilità teorica ma non è così perché negli ultimi anni si sono verificati centinaia di casi del genere.

Di seguito ne elenco solo alcuni, i più famosi, che sono entrati nelle pagine di cronaca recente anche se è importante sottolineare che questi esempi non sono gli unici.

Caso Ilva: ArcelorMittal nella discussione aperta il 6 ottobre 2017 sulla acquisizione degli stabilimenti di proprietà sino ad oggi dell’Ilva s.p.a. aveva esplicitato la volontà di riassunzione in discontinuità cioè l’assunzione dei lavoratori di Ilva, instaurando un nuovo rapporto di lavoro a tutele crescenti. Ovviamente c’è stata molta indignazione da parte dei lavoratori e dei sindacati per questo scenario che si è risolto, grazie anche alla mediazione del Mise, con una nuova assunzione per gli ex lavoratori Ilva mantenendo però tutte le disposizioni previste dalla l.300/1970 prima della riforma.

Caso Acea: in questa situazione si tratta di un accordo integrativo. Intesa firmata tra Acea (società municipalizzata controllata dal comune di Roma con il 51%) e da Cgil – Cisl – Uil che prevede l’applicazione degli articoli 4, 13 e 18 della l.300/1970.

Caso Franco Tosi: una storica azienda di Legnano che dopo esser stata commissariata, è stata acquisita nel 2015 dal gruppo Presezzi. Caso analogo a quello dell’Ilva in cui si voleva riassumere in discontinuità e fortunatamente si è riusciti a strappare un accordo di assunzione con il ripristino della tutela reale ex art. 18.

Caso Bormioli Luigi: l’intesa sottoscritta tra Bormioli e Filctem – Femca esplicita che «gli impianti audiovisivi e altri strumenti dai quali derivi la possibilità di controllo a distanza possono essere impiegati solo per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza e per la tutela del patrimonio aziendale» e in questo caso si preclude l’uso di eventuali risultanze contro il lavoratore. Questa è un’altra reminiscenza dell’ex art. 4 della l.300/1970 anche questo riformato dal jobs act.

Gli esempi potrebbero continuare ma ci fermiamo qui, certi di aver reso l’idea.

In questo articolo non entriamo nel merito di altre questioni legate al jobs act perché ne abbiamo già abbondantemente parlato in passato, di certo la questione più rilevante dell’ultimo periodo è quella sulla bocciatura del 26 settembre scorso della corte costituzionale su una parte del jobs act, quella che prevedeva l’automaticità del calcolo dell’indennizzo per coloro che sono licenziati senza giusta causa, questione che abbiamo spiegato nei dettagli in quest’altro articolo

È importante concludere, per il momento, che nonostante la disaffezione da parte dei lavoratori verso le associazioni sindacali, bisogna riconoscere, invece, l’importanza di questo strumento e soprattutto la sua attuale necessità. Di danni negli ultimi anni se ne sono fatti tanti ma certamente se non ci fossero state le relazioni sindacali, gli effetti negativi delle ultime riforme, e del processo di globalizzazione, sarebbero stati molto più devastanti.