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Terremoto in Indonesia: un’apocalisse a noi troppo lontana

| 3 Ottobre 2018 | ESTERI

Oltre 1500, questo è il numero delle vittime finora accertate del terremoto di magnitudo 7.5 e dallo tsunami da esso provocato e abbattutosi sull’arcipelago di Sulawasi in Indonesia. 1000, invece, sono i feriti in gravi condizioni, e oltre 2 milioni tra dispersi, tra gente che ha perso i propri cari, la propria famiglia, e coloro che sono rimasti senza casa, cibo e riparo. Tra questi, 600 mila sono bambini.
Numeri impressionanti,
ma, purtroppo, destinati ancora a crescere, ed oltre tutto, le scosse non sono ancora terminate.

L’Unicef, Save the Children e le altre ong, in collaborazione con le persone locali, fanno tutto quello che è in loro potere per soccorrere i superstiti e ritrovare i dispersi nelle zone ancora non raggiunte, perché impossibilitati a motivo dei danni causati dal sisma. Infatti, i numeri sinora citati, riguardano solamente le zone raggiunte dai soccorritori, ma molte altre devono ancora essere soccorse.

Ovunque panico e disperazione, tanto che, per sopravvivere, in migliaia si sono dati alle razzie. Infatti, a ben pochi importa della legge quando non c’è né pane né acqua.

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Una vera e propria scena apocalittica, ma di un’apocalisse lontana.

I media Occidentali, in particolar modo quelli italiani, non hanno dato giusta importanza a questa catastrofe.
Sui social e sulle reti italiane non si fanno che sentire gli slogan di Salvini, se ci sarà o no questo reddito di cittadinanza, se lo spread sale o scende, se è in arrivo un balcone di immigrati o le ultime dichiarazioni da Bruxelles, Parigi o Berlino.
Forse, se ci fossero stati molti più europei tra i coinvolti, avremmo prestato più attenzione. Forse, se la
malcapitata anziché essere l’Indonesia fosse stato un Paese geograficamente a noi più vicino, gli avremmo dato più importanza. Sicuramente sì, se l’avvicinanza fosse stata di natura politica o economica.

Noi, Paesi democratici dovremmo credere più di chiunque altro all’uguaglianza, ma a quanto pare siamo divenuti alquanto freddi, insensibili a certe situazioni e fin troppo selettivi.

Siamo davvero tanto più civili, bravi, belli, intelligenti, ricchi ed importanti di loro da poterci permettere di disinteressarci ed essere quasi del tutto indifferenti per la tragedia che ha colpito oltre 2 milioni di persone? Il senso di empatia umana è davvero venuto meno nella nostra società? Da quand’è che ci siamo così chiusi a riccio? Da quand’è che abbiamo perso così tanto la nostra sensibilità?
Da quand’è che abbiamo costruito un muro così alto tra noi, “Nord del Mondo” e loro, “Sud del Mondo”?

Abbiamo creato una concezione dell’esistenza tutta personale, e che non va oltre i confini Europei o Occidentali. Per molti Italiani, tale concezione non oltrepassa neppure le Alpi e la Penisola (ovviamente la cosa non è da meno per molti altri cittadini di Paesi europei). Ma ancor più triste è pensare che per un numero sempre maggiore di gente, tale concezione dell’esistenza non supera nemmeno i cento chilometri.
Tutto ciò che oltrepassa tale linea immaginaria, possiamo percepirlo nel momento in cui ci viene esposto o mostrato, ma dura il tempo che trova, dopodiché scomparire dalla nostra percezione e sensibilità.
L’evento drammatico che è accaduto all’Indonesia ne è l’ultima dimostrazione.

Per fin troppo tempo siamo stati così presi dalla nostra frenetica quotidianità che non ci siamo nemmeno resi conto di aver perso così tanto la concezione del altro come persona e non come (s)oggetto astratto.

L’umanità non è mai stata così vicina, per quanto riguarda i trasporti e i mezzi di comunicazione, ma allo stesso tempo così lontana e divisa, proprio per la non concezione che abbiamo degli altri.

Quei 2 milioni di uomini, donne e bambini che hanno perso tutto, non sanno ancora di aver perso la loro umanità agli occhi del mondo, o per lo meno dei nostri, dei grandi Paesi sviluppati, e ciò non potrà che rendere peggiore la loro condizione attuale, non solo politicamente e economicamente, ma la loro stessa condizione umana.

Forse qualcuno si chiederà: se noi, che siamo dall’altra parte del mondo, avessimo empatia verso gli indonesiani, (o altri popoli) cambierebbe qualcosa? È vero, magari non porterà nessun cambiamento immediato alla loro situazione attuale, ma ci renderà comunque migliori di quello che saremmo qualora ci isolassimo nell’indifferenza. E se ciò non bastasse, è giusto sapere che domani potremmo rendere migliore la situazione di chi ci è più vicino, e dopodomani di chi invece è un po’ più lontano, e il giorno seguente di chi è ancor più lontano, così da poter svegliare qualcosa in loro stessi portandoli ad essere a loro volta delle persone migliori e a migliorare la situazione degli altri, vicini e lontani, e chissà se questa catena di consapevolezza e di empatia verso il prossimo non porti a Cambiare radicalmente questo mondo. Sì, forse è utopia, ma sicuramente, in un modo o nell’altro, il mondo cambierebbe in meglio, forse anche di poco, ma pur sempre in meglio.

TAG: 1500 morti, 2 milioni di coinvolti, catastrofe, Empatia, Indonesia, nord del mondo, percezione del prossimo, sud del mondo, terremoto, tsunami
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