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La verità nei secoli

| 25 Settembre 2018 | CULTURA

Che cos’è la verità? Come facciamo ad affermare che stiamo dicendo il vero?

Di norma ci basiamo su fatti concreti, oggettivi, che tutti noi possiamo identificare come verità assoluta. Nei secoli sono stati attribuiti diversi significati al concetto di verità; molto spesso queste definizioni erano legate alle credenze o, più semplicemente, al contesto storico di quel periodo.

Nella cultura greca il concetto filosofico di verità comincia a delinearsi nel VI secolo a.C. nel poema di Parmenide, ponendo un bivio tra la via della verità: “l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere” e la via dell’errore o dell’opinione, che nega tale principio. Solo la via della verità è percorribile, poiché solo ciò che esiste può essere pensato e detto, mentre la via dell’opinione si riferisce alla negazione dell’Essere. Per Parmenide l’Essere è ingenerato, incorruttibile, non ha un passato, un futuro e non è soggetto ad alcun mutamento. Se la verità coincide con questo Essere, si avrà che tutto ciò di cui parliamo sono solo apparenze, poiché ammettono un divenire e un mutamento e non rispecchiano l’Essere. Per Parmenide si può avere solamente un’opinione della realtà, in quanto non rispetta le caratteristiche dell’Essere.

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Platone, sulla via socratica, identifica la verità con l’Idea dotata di esistenza oggettiva e immutabile. Proprio a Platone si fa risalire la prima formulazione della verità, che secondo lui è quella caratteristica del discorso che “dice gli enti come sono”.

Durante il Medioevo sul tema della verità è determinante il ruolo che ha assunto la fede cristiana, infatti viene fatto coincidere il vero con la volontà del Dio creatore. Secondo Agostino quando l’uomo distoglie il proprio sguardo dalla caducità del mondo sensibile, rivolgendo l’attenzione verso la sua anima, quest’ultima viene illuminata dalla luce del Verbo di Cristo, che è il fondamento di ogni verità.

Nell’età moderna si cerca di dare una spiegazione razionale e meccanica alla realtà, che non si basa su dogmi cristiani, ma viene studiata e spiegata razionalmente.

Hobbes, a differenza dei filosofi precedenti, non ricerca la verità nel genere umano, ma nello Stato, inteso come unione stretta di individui per formare una società armata di potere sovrano.

L’uomo hobbesiano è uomo solamente come suddito di uno Stato. Fuori dallo Stato esiste solo lo stato di natura, una condizione di libertà intesa come una licenza sfrenata che determina conflitti, poiché ogni uomo tende ad imporre la propria autorità sugli altri. Per questa ragione lo Stato deve essere fornito di potere assoluto per assicurare la pace, sotto la protezione di un sovrano. Fuori dallo Stato non esiste morale. L’uomo, per passare dallo stato di natura allo stato sociale, affida tutti i suoi poteri naturali ad un potere egemonico, o meglio ad un Leviatano.

Hobbes nel Leviatano scrive: “Auctoritas non veritas facit legem”, ovvero l’autorità, non la verità, fa la legge.

La verità non è un concetto valido per una pluralità di individui, ma è dettata dall’autorità. È il Leviatano, il Dio mortale, che definisce ciò che vero, falso, giusto o sbagliato, queste verità devono essere rispettate e accettate dai sudditi, poiché solo in questo modo l’uomo può uscire dallo stato di natura e vivere in pace con gli altri.

Oggi non ci importa dare una spiegazione al concetto di verità, come in passato, ma piuttosto vogliamo rispondere a questa domanda: siamo davvero in grado di distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è?

TAG: Hobbes, Leviatano, Platone, verità
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