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Cosa ci ha insegnato il dietrofront di Trump su Putin e Russiagate

| 20 Luglio 2018 | ESTERI, IL FORMAT

Il recente tour in Europa del presidente americano Donald Trump è parso sotto molti aspetti un déjà vu del viaggio intrapreso lo scorso mese per il G7 in Canada e per lo storico incontro con il dittatore nord-coreano Kim Jong-un a Singapore.

Il presidente americano è venuto nel Vecchio Continente per partecipare al vertice Nato di Bruxelles, poi per incontrare la primo ministro britannica Theresa May, infine per il bilaterale con il presidente russo Vladimir Putin. Trump ha riservato parole di fuoco per i suoi alleati europei e perciò ha consigliato alla premier May di tirare dritto sulla strada della hard Brexit, così da staccarsi il più possibile dalla diabolica Unione Europea. Al contrario, Trump si è trovato in perfetta sintonia con Putin, al quale ha riservato complimenti e belle parole.

È successo esattamente quello che abbiamo visto in occasione del G7 e del vertice di Singapore. Stesso copione. Prima Trump vede gli alleati storici e non ci va d’accordo, poi incontra un dittatore ed è tutto sorrisi e pacche sulle spalle. Intendiamoci, non si vuole dare un giudizio del comportamento di Trump bensì si vuole semplicemente constatarlo. Anzi, fortunatamente si è ben inteso con Kim e Putin, ne va della sicurezza di tutto il mondo. Tuttavia, proprio considerando questo fatto, non può non sorprendere come il tycoon abbia invece un rapporto così teso con i suoi alleati.

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Ma c’è qualcosa che differenzia il recente viaggio europeo di Trump con quello dello scorso mese. Questa volta il presidente ha dovuto ritrattare pesantemente le sue dichiarazioni ancor prima di rimettere piede sul suolo patrio. Già, perché il bilaterale con Putin, incentrato sulla vicenda Russiagate, ha avuto pesanti ripercussioni sul fronte interno americano. Di fatto ha creato una bufera politica e mediatica attorno al presidente accusato da molti di tradimento in quanto ha dichiarato di fidarsi più di Putin che delle agenzie di intelligence americane.

Insomma, questa volta Trump ha fatto il passo più lungo della gamba. Infatti nemmeno il suo partito gli ha risparmiato severe critiche. Ad ogni modo, il presidente americano sembra davvero intenzionato a ristabilire buoni rapporti con la Russia. I motivi in questo momento non ci interessano, l’unica cosa che importa è che Trump vuole davvero normalizzare i rapporti con Mosca. Lo dimostra il comportamento da lui tenuto al summit di Helsinki. Ma il tycoon proclama la sua volontà di mettere fine alla crisi con la Russia sin dai tempi della campagna elettorale del 2016. Eppure Trump non mise il veto al rinnovo delle sanzioni varato dal congresso, e qualche mese fa decise anche l’espulsione di decine di diplomatici russi. Come si spiega questo dualismo?

Il presidente è ostaggio della volontà delle istituzioni e degli apparati dello stato americano. Egli vorrebbe migliorare i rapporti con la Russia ma allo stesso tempo trova una fortissima opposizione interna che glielo impedisce. Il congresso, e quindi il partito repubblicano che ha la maggioranza in entrambe le camere, è contrario alla normalizzazione dei rapporti con Mosca, infatti la scorsa estate ha approvato una legge che ha rinnovato le sanzioni. Quindi, Trump trova ostilità già all’interno del suo partito. Ovviamente anche i democratici sono fortemente contrari. Inoltre, pure i servizi d’intelligence (Cia in primis) non vedono di buon occhio le aperture verso il Cremlino fatte dal presidente, il quale trova opposizioni pure all’interno del suo gabinetto. Il segretario alla difesa Jim Mattis, per esempio, ha definito la Russia “competitor strategico” degli Stati Uniti e ha più volte espresso un parere negativo su Mosca. È lampante quanto il suo punto di vista strida con quello del presidente.

Insomma, Trump è solo. La sua intenzione di ristabilire buone relazioni diplomatiche con la Russia non è mai andata in porto per via della forte opposizione esercitata dagli apparati dello stato americano. E la ritrattazione che il presidente ha fatto delle sue dichiarazioni ne è il chiaro esempio.

Per quanto riguarda poi l’indagine Russiagate, la posizione di Trump è particolarmente scomoda. Se dimostra di non credere nelle indagini preferendo piuttosto le dichiarazioni di Putin (come ha fatto), viene accusato di collusione e tradimento. Se invece appoggiasse troppo convintamente l’operato di Mueller, credendo che le accuse di interferenze russe siano davvero fondate, allora metterebbe in seria discussione la legittimità della sua presidenza, in quanto essa sarebbe il risultato di un processo elettorale deviato. Un suicidio politico.

In conclusione, Trump deve stare attento a quello che dice riguardo Putin e il Russiagate. In altre parole non devono ripetersi più scene come quelle di Helsinki. Per quanto riguarda la normalizzazione dei rapporti con Mosca ci sarà da aspettare, e anche tanto.

TAG: bilaterale, Donald Trump, Helsinki, russia, Russiagate, seconda guerra fredda, summit, Vladimir Putin
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