La nuova frontiera del Neocolonialismo: l’Estrattivismo Culturale

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Quante volte vi capita di fare shopping online? Una o due volte al mese? Regolarmente tutte le settimane? E quante volte la vostra attenzione è catturata dai capi cosiddetti “etnici”? Quelli con quei motivi esotici, che rimandano ad altri tempi, altri popoli.
Anche quando abbiamo a che fare con le aziende di moda, è interessante analizzare come – spesso inconsciamente – siamo soggetti a processi di neocolonialismo. Talvolta infatti, anche la moda può essere specchio del modo in cui questo fenomeno si sviluppa e si realizza.

Sono molteplici i casi nei quali la potenza coloniale ha cercato, seguendo processi di assimilazione precisi e studiati, di annullare la popolazione sottomessa prima di tutto dal punto di vista culturale. A questo proposito, è famosa l’espressione coniata da R. H. Pratt, “kill the indian, save the man” (uccidere l’indiano, salvare l’uomo), in riferimento ai Nativi Americani. Ciononostante, l'”eliminazione” della cultura dominata non è l’unico processo messo in atto dagli stati dominanti: particolarmente rilevante in questo senso è infatti il cosiddetto “estrattivismo culturale”. Con questa espressione, si intende identificare l’atto di appropriazione di elementi tipici di una cultura da parte di un attore esterno, che la utilizza per fini personali.

Ebbene, una recente inchiesta del giornale “Intercontinental Cry” riporta che ciò è proprio quanto sta accadendo ai Tessitori Maya in Guatemala. Ma andiamo con ordine. Visitando il sito della nota azienda di moda “BCBG Max Azria”, oltre agli innumerevoli capi di abbigliamento, si trova anche una giacca, il cui design è chiaramente ispirato a dei motivi rubati alle comunità indigene Maya del Guatemala. La cultura tessile in queste comunità Maya costituisce un patrimonio di enorme valore non solo per le popolazioni stesse, ma anche per il paese e per gli indigeni in generale. Non è certamente la prima volta che una compagnia privata prende spunto da modelli sviluppati da realtà indigene. Queste ultime, partendo da una concezione dell’idea stessa di proprietà totalmente diversa da quella occidentale, sono spesso vittima di quelli che possono a tutti gli effetti essere definiti come “furti culturali”.

Vista la criticità della situazione, la “Association of Maya Weavers” (Associazione dei Tessitori Maya) è corsa ai ripari, presentando l’anno scorso una proposta di legge per la tutela di questo tipo di arte indigena. La proposta prevede la modifica di alcuni punti sulla legge per il copyright, di fatto estendendone la copertura: il punto principale prevede di riconoscere ufficialmente le nazioni indigene come proprietarie di questa forma di arte. In questo modo si otterrebbero due risultati: quello di riconoscere automaticamente ai Maya il controllo assoluto sul loro patrimonio culturale (un po’ come avviene già in Panama con gli Embera), e quello di far rientrare la nazione Maya sotto l’influenza della “Convenzione di Berna per la Protezione delle Opere Letterarie e Artistiche (1886)”. Questo provvedimento non vieterebbe assolutamente alle aziende di moda di prendere spunto dalla cultura Maya per i loro design, queste ultime dovrebbero però semplicemente riconoscere i diritti d’autore alle nazioni indigene.

Il fenomeno di estrattivismo culturale non è meno grave del cosiddetto “land-grabbing” o dell’estrattivismo ambientale. Tutte queste forme di neocolonialismo vanno infatti ad attaccare esplicitamente la legittimità culturale e non delle popolazioni indigene. Imponendo il modello occidentale, basato sull’appropriazione e sul furto, si ha come risultato ultimo la pura negazione del soggetto o, in questo caso, della collettività e della propria cultura. Raul Zibechi suggerisce che nell’era della globalizzazione, questa forma di estattivismo porta con sè inevitabilmente la negazione dell’emancipazione, sia territoriale che culturale, delle comunità indigene.
L’approvazione di questa legge costituirebbe un primo fondamentale passo per combattere questo fenomeno, creando un precedente fondamentale per altre popolazioni indigene nel mondo.