mercoledì, Agosto 12, 2020
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La Cina mondiale: le Vie della Seta del XXI Secolo – Parte 2

La Belt and Road Initiative non è il cavallo di Troia cinese per dominare il mondo. Grazie a questo mastodontico progetto Pechino punta a risolvere alcune questioni domestiche urgenti.

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Il progetto delle vie della seta del XXI secolo è destinato a diventare il marchio di fabbrica della politica estera di Xi Jinping. Questo ambizioso piano dal valore stimato di circa mille miliardi di dollari punta in primo luogo ad aumentare la cooperazione economica con l’Asia Sud-Orientale e Centrale, attraverso la costruzione di numerose infrastrutture. In secondo luogo, la Cina mira ad aumentare la sua presenza nel mondo, sia dal punto di vista geopolitico che economico, con l’intenzione di assumere un ruolo che corrisponda alla sua superpotenza economica e demografica. Infatti l’obiettivo finale è quello di creare ponti commerciali, sia terrestri che marittimi, che colleghino la Cina all’Europa.

La Belt and Road Initiative (Bri) non rappresenta solo una nuova era della politica estera cinese. In altre parole, gli scopi di questo progetto non si limitano solo ai rapporti della Cina con il resto del mondo ma hanno anche finalità domestiche, per la precisione lo smaltimento della sovrapproduzione di acciaio e il rilancio economico delle regioni occidentali del paese, notevolmente più depresse rispetto alle regioni ricche ed avanzate che si affacciano sulla costa.

Negli ultimi decenni la Cina ha conosciuto una crescita economica senza eguali, con percentuali del Pil spesso a doppia cifra. Questo trend economico positivo, concentrato soprattutto nelle regioni orientali del paese, ha comportato l’immigrazione di decine di milioni di persone che si sono spostate dalle zone interne verso la costa. Di conseguenza è avvenuto un boom edilizio che si è manifestato con la crescita, in estensione e popolazione, delle grandi città, ma anche con la costruzione di numerosi grattacieli.

La Cina è il primo produttore mondiale di acciaio. Il boom edilizio, che ha portato a un innalzamento della produzione, non è stato sufficiente ad assorbire tutta la quantità di acciaio prodotta. Il settore si trova quindi ad affrontare una situazione di sovrapproduzione. Il progetto del governo finalizzato a costruire infrastrutture di ogni tipo in giro per l’Asia si rivela quindi la soluzione (almeno parziale) al problema della sovrapproduzione che attanaglia l’industria cinese dell’acciaio.

Inoltre, le vie della seta del XXI secolo guardano ad ovest. Ecco quindi che la Bri può servire anche come soluzione alla depressione economica delle regioni occidentali, un metodo per diminuire il divario tra la costa e le zone interne. Per raggiungere l’Asia Centrale, i corridoi della via della seta terrestre devono, inevitabilmente, attraversare tutta la Cina e quindi gli investimenti in infrastrutture sono la ricetta su cui Pechino punta per rinvigorire le aree interne del paese.

Tra le regioni cinesi più depresse ma allo stesso tempo più strategiche ed importanti per la buona riuscita della Bri vi è lo Xinjiang. Questa regione autonoma si trova all’estremità nord-occidentale del paese e confina con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale. Lo Xinjiang è enorme: è la regione più grande della Cina (ne occupa più di un sesto della superficie totale) tuttavia, a causa del suo clima impervio è anche una delle regioni meno popolate ed è pure una delle più povere. Per Pechino queste regione è strategicamente fondamentale in quanto sarà attraversata dalle vie della seta terrestri dirette verso l’Europa.

Il vero problema dello Xijiang non sta tanto nella sua arretratezza quanto nella sua instabilità. Questa regione è abitata in maggioranza dagli uiguri, una popolazione centro-asiatica turcofona di religione islamica. Gli uiguri (che rappresentano circa il 45 % della popolazione della regione) si sono scontrati a volte con la popolazione di etnia han. A questo gruppo etnico appartiene il 92 % della popolazione cinese ma nello Xinjiang gli han sono una minoranza. Negli anni passati sono stati compiuti anche attentati terroristici da parte di organizzazioni islamiche estremiste, le quali hanno preso di mira soprattutto Ürümqi, la capitale dello Xinjiang. La risposta di Pechino è sempre stata molto dura. Il momento di tensione etnica più grave avvenne il 5 luglio 2009 quando ad Ürümqi scoppiarono dei violenti scontri tra gli uiguri e la minoranza han. La polizia intervenne con il pugno di ferro e alla fine si registrarono 197 morti e 1 700 feriti. Da allora il governo cinese ha preso la questione Xinjiang sul serio. Pechino capì che bisognava prendere provvedimenti per pacificare la regione e ridurre il malcontento popolare. Dopo gli scontri del 5 luglio il presidente Hu Jintao dichiarò: “entro cinque anni vanno fatti sensibili passi avanti per migliorare le infrastrutture e rafforzare la capacità di sviluppo autonomo, l’unità etnica e la stabilità sociale dello Xinjiang”. Nel 2013 il presidente Xi Jinping annunciò la Bri, le cui rotte terrestri, guarda caso, attraversano proprio lo Xinjiang.

A differenza di quello che gli scettici e gli sinofobi potrebbero pensare, la Cina non vuole fare della Bri uno strumento per dominare l’Eurasia, né tanto meno il globo. Pechino vuole aumentare la propria presenza nel mondo e la cooperazione economica con le regioni vicine, ma in egual misura ha necessità di risolvere alcuni problemi interni. L’instabilità delle regioni cinesi attraversate dalle nuove vie della seta potrebbe essere il primo di tanti intoppi che potrebbero causare ritardi nell’esecuzione di questo colossale progetto.

Nella prima parte si è detto che una delle principali istituzioni che finanziano la Bri è l’Asian Infrastructure Development Bank (Aiib). Qui c’è un errore perché l’acronimo è corretto ma il nome è sbagliato. Il nome giusto è Asian Infrastructure Investment Bank (Aiib).


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