Catalogna e nazionalismo, come un semplice termine stia alla base del cleavage

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di Alessandro Verdeoliva

La vicenda Catalana è ormai balzata agli occhi del grande pubblico da quando il presidente catalano Carles Puigdemont i Casamajò riuscì, come da tradizione, ad attirarsi le ire di Madrid dopo che la Generalitat de Catalunya indisse il referendum del 1° ottobre 2017.

Tralasciando adesso le posizioni pro o contro la legittimità circa le rivendicazioni catalane, vorrei porre l’attenzione del lettore sulla contrapposizione ideologica che vede da un lato unionisti e dall’altro indipendentisti.
Questa contrapposizione scaturisce da una differente interpretazione di uno stesso termine, un piccolo termine che letto distrattamente può ribaltare tutto l’assetto politico: la nazione, da cui deriva il concetto di nazionalismo.

L’inghippo terminologico nella vicenda catalana sta proprio in questo tassello auto-contraddittorio di cui la Catalogna ne veicola perfettamente il paradosso: infatti sia gli unionisti che gli indipendentisti, sono nazionalisti. I primi per il bene della nazione vogliono tutelare l’integrità dei confini, gli altri per il bene della nazione vogliono una totale indipendenza istituzionale. Ci troviamo davanti a due schieramenti, entrambi cittadini spagnoli ed entrambi nazionalisti ed è quindi chiaro fin da subito che la terminologia usata non è affatto sufficiente per spiegare il fenomeno e che anzi non faccia altro che aumentare la confusione. Prima di continuare la lettura della vicenda catalana, qualsiasi parte si intenda appoggiare, sarà necessario munirsi di quello strumento fondamentale per potere decifrare i fenomeni sociali: la giusta terminologia.

Il termine nazione è stato così largamente abusato per i fini elettorali del mondo civilizzato che se ne è totalmente perso il senso. La Spagna di oggi, al discapito di ciò che si è a lungo pensato, è uno Stato-Plurinazionale (così come definito da Iglesias nella campagna del 2015) ed ha una chiara incongruenza fra Stato e Nazione. Ma come può esserci incongruenza fra Stato e Nazione, se Stato e Nazione nell’(errato) immaginario collettivo significano la stessa cosa?

E come può un movimento sociale e politico come quello catalano, sedicente europeista, pacifista e progressista, fare proprio un termine demonizzato come quello di nazionalismo? La contraddizione in termini è palese, anche se solo apparente. Il significato arriva dalla percezione che si ha di qualcosa e non sempre nazione e nazionalismo hanno ricevuto la stessa percezione con la quale le si denota oggi. 

Infatti, facendo un breve balzo indietro nel tempo, la percezione che si ha avuto del nazionalismo è molto variata negli anni. Se oggi Stato e nazione sono diventati sinonimi, lo sono diventati anche sciovinismo e nazionalismo.
Ma ovviamente si tratta di comuni errori grossolani.
Il nazionalismo fu quel movimento di popolo che, culminato con la rivoluzione francese, ci regalò i principi di democrazia, di repubblica e d’uguaglianza in un mondo (quello sette-ottocentesco), dominato dal dispotismo monarchico. 

Il nazionalismo era vento di progresso, di liberazione: trasferì la legittimazione a governare, da Dio agli ex sudditi.
Oggi la nazione viene confusa con lo Stato e il nazionalismo viene inteso come anti-pluralismo, viene inteso belligeranza, come carenza democratica. Fu con l’incoronamento Luigi Filippo d’Orléans, diventando “re dei francesi per volontà della nazione” e non più per investiture divina, a decretare il ruolo fondamentale del concetto nazionale. Fu la nazione da quel momento in poi ad essere il propellente per la nascita degli Stati moderni. Da questo deduciamo infatti che la nazione nasca prima dello Stato e che di conseguenza non possono essere la stessa cosa.

Ma cos’è esattamente la nazione? La nazione ha infatti tutt’ora una ignorata valenza ben specifica, riassumibile secondo la Treccani in quattro snodi: è nazione un gruppo di individui i quali si ritrovano sotto una comunanza linguistica, comunanza storica, comunanza etnico-culturale e auto-consapevolezza di sé come gruppo distinto dagli altri. 
Il gradino successivo, cioè che in seguito la nazione possa eventualmente munire di strumenti politici atti a creare una sovranità e una autorità decisionale politica, è un passo successivo non necessario.

Il concetto di sovranità, da cui di unità territoriale, da cui di confine, sono strumenti politici che nulla hanno a che vedere con la nazione. Esistono nazioni senza Stato, nazioni nomadi, Stati con più nazioni al loro interno.

Quindi mentre “nazione” descrive un insieme di persone senza confini né organi politici, “Stato” descrive lo strumento politico e istituzionale che un gruppo di persone (facenti parte o meno della stessa nazione) adopera per esercitare sovranità su un dato territorio. Ergo, il concetto di integrità territoriale, non è proprio del nazionalista.
Ciò che divide la Spagna è uno scontro di parole in un mondo in cui la nazione ha perso il proprio significato e in cui entrambi gli schieramenti professano nazionalismo, ma soltanto uno lo esercita: i catalani.

Coloro che confondono la sovranità Statale, e la conseguente unità territoriale con la nazione, non possono essere definiti nazionalisti nel vero senso del termine. Questo non porta alla conclusione necessaria che i catalani stiano dalla parte del giusto, ma senz’altro questa scrematura si pone necessaria per future analisi obiettive di un fenomeno che non è il primo, non sarà l’ultimo e che anzi aprirà nuove strade legali e obbligherà l’opinione pubblica europea a riaprire un dibattito che erroneamente si credeva superato: il senso di identità e appartenenza.

L’Unione Europea avrà futuro in relazione alla propria capacità di incanalare in circuiti istituzionali costruttivi queste rivendicazioni.