Messina Denaro: la Procura di Firenze indaga nove fiancheggiatori

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Tre blitz falliti a causa della fuga di notizie o delle rivelazioni al settimanale l’Espresso, e così alla Procura di Firenze rimane l’amaro in bocca per non essere riuscita ad acciuffare il super latitante. Chissà chi sarà la lingua lunga di turno che, utilizzando anche la carta stampata, ha dato nuovamente la possibilità al boss di continuare a sfuggire alle forze dell’ordine.

Da Linares che continua a dargli la caccia in Sicilia da anni, Matteo Messina Denaro riesce a rimanere la primula rossa di cosa nostra. Nonostante i fallimenti, la caccia al padrino di Castelvetrano continua incessante e proprio a seguito delle rivelazioni del testimone chiamato “Gino”, la Procura di Firenze ha indagato nove persone sia per avere favorito la latitanza di Messina Denaro che per l’associazione mafiosa. La Procura del capoluogo toscano ritiene attendibili le rivelazioni del testimone che avvalorano anche il lavoro pregresso della Procura poiché già tre anni fa era stato aperto un fascicolo sulla latitanza di Messina Denaro in Toscana e sugli appoggi forniti da soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta.

Una organizzazione criminale che, oltre ad occuparsi della  protezione del boss, mantiene un costante collegamento criminale tra la Toscana e la Calabria con la collaborazione di contatti all’estero soprattutto: Svizzera, Germania e Nord Africa. Nelle intercettazioni ambientali e telefoniche condotte dalla Guardia di Finanza di San Miniato, si fa riferimento ad un personaggio denominato “lo zio” che altro non è che Messina Denaro. Esponenti della ‘ndrangheta sono in contatti con Francesco Guttadauro, nipote prediletto del boss incaricato di curare i suoi affari in provincia di Pisa dove avrebbe interessi nella provincia turistica.

Emerge, inoltre, la figura di un magistrato che ha legami con Messina Denaro: Nicola Russo che in passato eranin servizio presso la DDA di Pordenone, Trieste e Udine, poi in servizio al tribunale per i Minori di Trieste. Russo è cugino di Francesco Guttadauro con il quale è in contatto come rivelano le intercettazioni. Pare che, nelle disponibilità del boss, ci sia stata una Bmw riconducibile a Russo, con il quale Messina Denaro girava indisturbato.

Se, dopo 25 anni di latitanza, la rete di sostegno al boss regge nonostante i colpi inferti dalle varie procure italiane, lo si deve a quella zona grigia fatta di imprenditori e politici disponibili a supportare il latitante. La mafia a raggiera creata proprio da Messina Denaro, si spinge oltre confine soprattutto in Svizzera, dove alla fine del 2017 sono stati sequestrati 12 milioni di franchi a Giovanni Franco Becchina mercante d’arte per anni residente a Basilea, già in affari con don Ciccio Messina Denaro.

Sempre in terra elvetica, Domenico Scimbelli, il boss di Partanna chiamato “L’uomo bancomat”, gestiva i conto correnti riconducibili a Messina Denaro. A Basilea, secondo alcuni atti giudiziari, si sarebbe recato più di una volta lo stesso boss per acquistare illegalmente armi da guerra. Sequestro dopo sequestro, arresto dopo arresto, il cerchio intorno a “U’ Siccu” si stringe ma, lo zoccolo duro dei fiancheggiatori riesce ancora a sostenerlo e chissà quale altra lingua lunga spiffererà ulteriori notizie dando così al boss la possibilità di rifugiarsi altrove.

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