Vita da figli del Boss: Riina tra condanne e tesoretto renivestito

3082

Nella criminalità organizzata, la successione di padre in figlio è quasi un fatto naturale. Per il boss, i figli maschi, sono il segno del potere e della prosecuzione della famiglia criminale mentre, le figlie femmine si sposano con figli di esponenti della criminalità quasi a sugellare un patto, una alleanza criminale per aumentare il potere sul territorio. I figli dei boss, respirano sin da subito l’aria di Cosa Nostra, la percepiscono e la vivono quotidianamente soprattutto quando seguono, nella latitanza, il genitore.

E’ il caso dei figli di Toto’ Riina: Maria Concetta, Giovanni Francesco Riina, Giuseppe Salvatore Riina e l’ultimogenita, Lucia Riina. I quattro non si sono mai dissociati dal padre e dalle sue attività criminali, dichiarandosi anche orgogliosi di portare il cognome Riina. I figli maschi, per continuare la tradizione di famiglia, hanno avuto i loro guai con la giustizia: Giovanni Francesco Riina sconta un ergastolo al 41bis presso il carcere di Terni, per quattro omicidi avvenuti nel 1995; uno dei cadaveri è stato sciolto nell’acido con la complicità dello zio Leoluca Bagarella. Proprio l’ultimo omicidio, quello di Antonio Di Caro, è stato il suo esame di mafiosità necessario per essere ammesso, a pieno titolo, nell’organizzazione criminale.

Giuseppe Salvatore Riina, diventa il degno successore del padre dopo l’arresto del fratello Giovanni. Si sposa a 24 anni con la figlia del cugino della madre (tutto in famiglia, sempre ceppo mafioso) viene arrestato nel 2002 e condannato per associazione mafiosa ed estrorsione, pena scontata. Uscito dal carcere inizia a rilasciare interviste nelle quali si dice orgoglioso di chiamarsi Riina, scrive un libro dipingendo la sua famiglia come quella del mulino bianco, con un padre amorevole e una madre deidta alla famiglia. E’ ancora in libertà vigilata in Veneto in quanto ritenuto, socialmente pericoloso.

Maria Concetta, coniugata Ciavarello, vive in Puglia, a San Pancrazio Salentino, insieme alla sua famiglia. Il marito Tony Ciavarello è già sottoposto alla misura della sorveglianza speciale dopo alcune condanne per gioco d’azzardo e danneggiamento. La loro presenza sul territorio era finita sui giornali dopo la strage di Brindisi, quando il 19 maggio del 2012 un ordigno esplose di fronte all’istituto scolastico Morvillo-Falcone.

Di recente ha subito un sequestro dei beni: il tesoretto di Riina secondo gli inquirenti, sarebbe proprio reinvestito nel Salento. Ovviamente, la primogenita di casa Riina, si è difesa sostenendo che è tutto frutto lecito dell’attività di famiglia. Non è nuova a indagini di questo tipo: già nel 2009, la Guardia di Finanza di Palermo, aveva condotto un indagine su una società T & T. Corporation Ltd, agenzia di servizi, con sede virtuale a Londra, riconducibile a Maria Concetta Riina e al marito Tony Ciavarello.

La società si occupava di molte attività in rete: dalla vendita di vini con il marchio Riina, alla lotteria on line, all’acquisto di lauree straniere, persino di assistenza a coppie per “divorzi lampo” in 40 giorni, pubblicizzati anche sul giornale di Sicilia, al modico costo di Euro 7500 all inclusive.

Infine c’è Lucia Riina, la piccola di casa che, non avendo potuto studiare come avrebbe voluto a causa della latitanza del padre, si è sempre dilettata nella pittura, dipinge, espone  e vende i suoi quadri su un sito internet. Vittorio Sgarbi, il noto critico d’arte, l’ha definita abbastanza brava. E’ coniugata con Vincenzo Bellomo, agente di commercio, il cui nome è stato rinvenuto in uno dei pizzini ritrovato nel covo di Provenzano. Recentemente, la coppia, ha presentato domanda per il bonus bebè al comune di Corleone, domanda respinta.

Nemmeno l’ultimogenita ha preso le distanze dalle malefatte del padre, tutti e quattro si dichiarano orgogliosi del genitore. Come è possibile essere orgogliosi di un padre del genere! Lo è un figlio di un operaio che si sposca le mani e si spezza la schiena dalla mattina alla sera, non quattro figli di un belzebu’ che si è sporcato le mani del sangue di tantissimi innocenti, compresi donne e bambini.

La mafiosità insita nel DNA e nella quotidianità vissuta, puo’ essere l’unica risposta alle loro dichiarazioni. Indubbio che godano dei proventi della famiglia e, nonostante ciò, sbeffeggiano lo Stato con richieste di aiuti sociali. Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli ma, in questo caso, i figli sono degni, in negativo, di cotanto padre.