Violenza di genere: il concorso di colpa di istituzioni e società

Femminicidi, stalking, violenze sessuali, ogni giorno purtroppo, la cronaca riporta episodi nelle quali le donne, sono vittime di uomini ossessivi e possessivi.

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Donne sotto attacco, donne senza difesa.

Femminicidi, stalking, violenze sessuali, ogni giorno purtroppo, la cronaca riporta episodi nelle quali le donne, sono vittime di uomini ossessivi e possessivi.

Uomini che si arrogano il diritto di proprietà sulla donna, il possesso indiscusso di un essere umano, uomini che non accettano la fine di un rapporto, uomini che violentano come se la donna fosse un oggetto qualsiasi, un gioco.

Uomini non malati ma non educati all’affettività che, probabilmente hanno vissuto in famiglia episodi simili e ritengono che sia normale avere un atteggiamento aggressivo con la propria donna.

Le leggi esistono ma non esiste quella rete di supporto e di celerità nelle indagini per garantire la giusta sicurezza alle donne e spesso, dallo stalking si passa al femminicidio.

Il confine è davvero labile.

Il reato di stalking, punito con l’art. 609 bis cp, prevede oltre alla pena, anche il divieto di avvicinamento alla vittima ed ai luoghi da lei frequentati.

Quante donne sono state uccise, sfregiate con l’acido, arse vive, ferite dai loro persecutori?

La protezione prevista per la vittima si arena nelle maglie della burocrazia e di una giustizia lenta che non le lascia scampo.

Il concorso di colpa è anche della giustizia che, non tutela come dovrebbe la donna a seguito di una denuncia di stalking, di percosse, di minaccia di morte.

L’elenco delle denunce presentate dalla vittima salta fuori sempre quando la donna è stata uccisa da quel compagno o marito, che la perseguitava; così iniziano le  solite frasi sul cosa si poteva fare di più, di chi è la colpa, giusto per rigirare il coltello nella piaga. Ogni volta è la stessa storia ed, ogni volta, nessuno si adopera concretamente per evitare altri casi delittuosi simili.

Il Ministero di Grazia e Giustizia si limita a riportare solo i numeri di un massacro che non ha fine. I politici esternano il loro sdegno, la loro vicinanza alle vittime ma, concretamente non attuano provvedimenti necessari affinchè si provveda diversamente e celeremente a denuncia avvenuta.

Le statistiche non salvano le vite, solo una legge chiara, pene certe  ed un intervento tempestivo e risolutivo potrebbe limitare questa carneficina quotidiana.

La vera condanna a vita è per i familiari delle vittime, per chi sopravvive e per le vittime secondarie: i figli delle donne uccise che si ritrovano senza una madre.

Dal punto di vista meramente statistico, nei femminicidi il rapporto che lega la vittima al suo canefice è nel 55,8% dei casi di natura sentimentale.

Nella maggior parte dei casi il delitto avviene con un brutale corpo a corpo e l’arma più utilizzata è il coltello, sfogando la rabbia, colpendo la vittima ripetutamente.

Molte donne denunciano e non sono assistite adeguatamente ma, altre donne subiscono in silenzio.

Violenze domestiche giustificate dalle stesse donne che pensano, sbagliando, di poter cambiare il proprio partner.

Dopo le botte subite la solita promessa  è “non lo faro’ piu'”, oppure  la frase “te la sei andata a cercare”, fa sentire la donna colpevole e soggiogata, incapace di reagire.

E’ una tecnica di neutralizzazione: annienta psicologicamente e moralmente la vittima, la isola dal contesto sociale , la rende dipendente in modo esclusivo dall’uomo.

Gli uomini, dal canto loro in queste circostanze, tendono a minimizzare, ad auto-giustificarsi ed ad accusare la donna che lentamente muore.

Muore psicologicamente, muore socialmente  e non trova la forza di uscire dal tunnel dell’amore malato nel quale si trova rinchiusa.

Se da un lato le donne, non trovano il coraggio di autodeterminarsi e “ribellarsi” , dall’altro la legge non garantisce pieno ascolto, comprensione, supporto ed azione concreta per preverie femminicidi, stalking, violenze.

Quando si avranno pene certe! Quando le donne saranno tutelate! Quando si comprenderà che, l’educazione all’afffettività è fondamentale per la prevenzione.

Le donne devono comprendere che se un uomo limita la loro vita, le condiziona, le allontana da tutti, non lo fa per amore ma per diritto di proprietà. Non è amore, chi ama non picchia, non vincola, non minaccia.

Prevenzione e repressione devono agire di pari passo, in caso contrario le donne rimarranno sempre di più, sotto attacco.