Oggi il prof. Marattin, tra le altre cose consigliere economico di Palazzo Chigi, informava che i 5 miliardi regalati a Intesa per “comprarsi” le Banche venete non impattano sull’indebitamento netto dello Stato e quindi alla fin fine – pare di capire – non sono soldi del contribuente. Sono cioè nati per generazione spontanea, tipo i funghi a novembre, e Messina – solerte – li ha semplicemente raccolti nei boschi (con la lettera minuscola: trattandosi di banche è doverosa la precisazione).

L’ascoltatore distratto, riflettendo sul fatto che il latore della notizia è lo stesso secondo cui gli investimenti delle multinazionali in Italia non sono debito estero e domenica scorsa il Partito Democratico ha vinto le elezioni, potrebbe derubricare la questione a un mero colpo di sole estivo. In realtà, la cosa è un po’ più complicata e, a dirla tutta, una volta compresa veramente indignante.

Il c.d. “indebitamento netto“, in effetti, si chiama così perché corrisponde sì al saldo di conto economico delle amministrazioni pubbliche, dato dalla differenza tra le entrate finali e le spese finali, però al netto – appunto – delle operazioni finanziarie. Come tale, “esso misura la variazione del debito pubblico prodotta a seguito del risultato di esercizio nell’anno di riferimento” o, a vedere la questione dal punto di vista opposto, l’indebitamento necessario per far quadrare il bilancio in un determinato anno. Molto diverso è invece il “saldo netto da finanziare“, vale a dire la differenza tra le entrate finali e le spese finali, includendo in entrambe le macro-voci sia il conto capitale, sia anche le partite finanziarie. Detto in modo più piano: si tratta dei soldi che effettivamente escono dalle casse dello Stato.

Ecco allora che il discorso del prof. Marattin acquista un senso compiuto (d’altronde si tratta di un accademico, non di uno che porta i caffè, sempre per usare una sua simpatica ed educata espressione). Marattin vuole dire che i soldi dati a Intesa sono finanziati mediante nuovo debito pubblico e, dunque, non sono prelevati dalle tasche dei singoli cittadini (cioè, non comportano maggiore tassazione). Vuole anche dire che questo è possibile perché si tratta di una particolare forma di scialacquamento di Stato, quella in operazione finanziarie.

Dal che si desumono due significativi corollari.

Il primo: che il debito pubblico – che di solito per i liberisti di casa nostra è brutto e cattivo, eticamente vergognoso e, soprattutto, insostenibile – qualora sia usato per aiutare alcune banche diviene immediatamente un toccasana, per di più sostenibilissimo.

Il secondo: che il sistema normativo in cui ci troviamo – quello delle regole europee, del fiscal compact, del pareggio di bilancio, dell’austerità di Monti e Giavazzi, degli occhiuti controlli di Moscovici – impone tagli drastici alla spesa pubblica (cioè alla sanità, alle pensioni, alle scuole, alle strade), ma davanti alla finanza si ferma intimidito. I miliardi a Intesa “non impattano”, le casette per i terremotati invece sì. L’Unione Europea ha a cuore il lungo periodo, non le misure una tantum, che diamine.

Questo ha spiegato, oggi, il prof. Marattin. Tanto basta per non votare mai più il suo partito.