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La filosofia marcia del “lei non sa chi sono io”

| 16 Febbraio 2020 | ATTUALITÀ

Chiarisco subito una cosa: io questa frase non l’ho pronunciata. Il combinato disposto di quelle sei parole messe insieme mi disturba profondamente. Ma confesso che le ho lasciate intuire, sventolandole tra le pieghe della mia legittima protesta.

Il che mi porta ad una triste, tristissima constatazione: la filosofia marcia, anacronistica e nauseabonda del “lei non sa chi sono io”, sulla quale in Italia (e altrove, ma ora parliamo di casa nostra) si sono costruite montagne di prevaricazioni e rivendicati insopportabili diritti scritti da nessuna parte, è ad oggi viva e vegeta. Ed è a tutt’oggi, nella mia personale esperienza, la chiave per aprire le porte di un disservizio.

Antefatto: il rinnovo del passaporto di mio figlio, minorenne, residente all’estero come me, attualmente domiciliato a Roma, dove studia. Rinnovare il documento presso il Consolato di residenza, mi dicono alla Questura di Roma, accorcia i tempi del rinnovo, perché la Questura dovrebbe in ogni caso chiedere il nulla osta al Consolato di residenza. Prendo appuntamento online e anticipo il solito rientro di mio figlio a casa in Francia nel fine settimana.

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L’appuntamento, di cui ho conferma scritta, è per le 9:30 di venerdì. Mi presento al Consolato alle 9:15 con mio figlio e il padre di mio figlio. Il funzionario nel gabbiotto all’ingresso ci consegna un formulario sbagliato: eppure avevo detto che dovevo rinnovare il documento di un minorenne. Quando me ne accorgo e vado a chiedergli quello giusto, è sparito.

Intanto passa il tempo. Le 9:45. Le 10. Le 10:15. Il nulla. Il gabbiotto è sempre vuoto. Nelle vicinanze c’è solo un addetto alla sicurezza, francese, che non fa parte del personale del Consolato. Non so a chi rivolgermi. Altri quattro cittadini italiani residenti nella Regione sono, come noi, in muta e rassegnata attesa.

Passa una signora, munita di fascicoli e cartelle, che ha l’aria di lavorare lì. Chiedo informazioni. Mi dice di aspettare. Grazie, lo sto già facendo da un’ora. Arriva il funzionario del gabbiotto all’ingresso, e spiega che il personale è impegnato in una riunione di emergenza, “di grande emergenza”. Cominciamo tutti a preoccuparci. Il pensiero va subito all’epidemia del nuovo coronavirus. Forse ha colpito un italiano residente nella Regione?

Cinque minuti dopo si presenta un signore. Gentilmente ci comunica che il sistema informatico del Consolato ha dato l’appuntamento online per il rinnovo del passaporto, ma non avrebbe dovuto, perché non ha tenuto conto delle prenotazioni precedenti. Gentilmente mi posso accomodare all’uscita, e tornare con mio figlio in un’altra data? “Perché sa, signora, il personale del Consolato è impegnatissimo in vista degli ispettori che verranno da Roma la settimana prossima”.

Ah. Ecco spiegata l’emergenza.

Sguardo attonito tra me, mio figlio e il padre di mio figlio. Il passaporto non ce lo rinnovano, le impronte digitali di mio figlio non le prendono… Tutto da rifare… No, non ci sto.

Argomento logico e legittimo: “Ho preso appuntamento online. Mi dispiace che il sistema non sia coordinato con la vostra agenda cartacea, ma il problema non è mio”. Il funzionario non batte ciglio.

“Ho preso mezza giornata di ferie per venire qui”. Sempre nessuna reazione.

“Tutto funzionava bene, e non ho mai avuto questo genere di problemi quando era Console…” Faccio il nome del precedente Console, un simpatico conoscente, persona di grande professionalità ed esperienza. Via WhatsApp, alle 10:23 gli avevo chiesto informazioni sul suo successore, in vista di una letteraccia che avrei sicuramente scritto. Il funzionario comincia ad aggrottare le sopracciglia.

Qualcosa si muove. È il momento di darci sotto.

“E peraltro, se invece di stare qui a discutere, avessimo fatto prendere le impronte di mio figlio, nel frattempo avremmo già risolto il problema. Invece nel frattempo io ho segnalato ai miei followers su Twitter che per un’italiana all’estero valgono i disservizi di cui ci si lamenta in Italia”. Gli mostro il tweet in questione, e scopre che sono una giornalista.

Finalmente, negli occhi del funzionario, un vero bagliore. Il bagliore di un sospetto: quello di stare dando un disservizio alla persona sbagliata.

E finalmente, all’impossibilità della mia pratica subentra il possibilismo. “Parlo con il Console e le faccio sapere”.

Cinque minuti dopo, mio figlio sta lasciando le impronte digitali, consegnando le sue foto e le fotocopie dei documenti di mamma e papà, che davanti ad una gentilissima funzionaria firmano il formulario giusto, dopo aver pagato il dovuto per il passaporto. Altri cinque minuti dopo ci viene consegnato un bellissimo passaporto rosso fiammante, con scadenza febbraio 2025.

Sono le 11. Torniamo a casa. Non prima di aver constatato che, davanti al Consolato, parcheggiata sul marciapiedi (roba da multa da far impallidire), c’è ancora l’auto di qualcuno entrato con noi un’ora e mezza prima, che aveva tutta l’aria di essere un dipendente del Consolato (non il Console, perché la targa non è del Corpo Diplomatico).

Un sentimento di fastidio, di umiliazione. Le regole sono regole, per tutti. Perché non cominciano a rispettarle quelli che dovrebbero dare un esempio, a maggior ragione perché lavorano in una rappresentanza d’Italia all’estero?

Decido sommessamente di non chiamare la Gendarmerie. Perché mi è venuto il dubbio che il gendarme convocato potrebbe sentire l’incauto parcheggiatore sibilargli addosso un “lei non sa chi sono io”.

TAG: #ConsolatoItaliani, #Passaporto, #RinnovoPassaporto
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