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‘Ndrangheta, Gino Costanzo parla dal carcere duro: “Non mi sento più l’uomo che ero”

Un profilo inedito venuto fuori durante l'intervento fatto nell'ambito del IX congresso di "Nessuno tocchi Caino" - Spes contra Spem registrato a Milano il sabato 18 dicembre 2021.
| 27 Settembre 2022 | CRONACA

di Antonio Argentieri Piuma 

“Ho pensato molto al mio vissuto in questo lungo tempo e ho avuto modo ripensare al mio passato, al mio comportamento e ho cambiato il mio punto di vista: non mi sento più l’uomo che ero quando sono entrato in carcere”. Ad affermarlo con la voce rotta dall’emozione è il presunto boss del clan dei gaglianesi Girolamo Costanzo, per gli amici Gino, nel corso del suo intervento fatto nell’ambito del IX congresso di “Nessuno tocchi Caino” – Spes contra Spem registrato a Milano il sabato 18 dicembre 2021 nella casa di reclusione “Opera” di Milano.

Parole che tornano attuali per le numerose richieste inoltrate dal legale di fiducia Francesco Severino, che lo difende da circa 13 anni: “Sono anni che lottiamo per l’ottenimento dei benefici – dichiara il penalista – come i permessi premio che possono aprire spiragli per misure detentive alternative. Nel corso degli ultimi 10 anni sono riuscito a fargli avere 2 permessi all’anno per andare a trovare la madre, ma solo la concessione di misure alternative alle mura carcerarie potrà dimostrare se il mio assistito è cambiato come uomo. Diversamente, non potremo mai saperlo e la funzione naturale del carcere del reinserimento nella società verrebbe meno”.

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“Vorrei ritornare al percorso trattamentale precedente al 41bis fatto nel carcere di Spoleto – chiede Costanzo, che sconta una condanna definitiva all’ergastolo come mandante d’omicidio – . Vorrei tornare nel circuito As3 per poter agire, farmi conoscere e invece sono qui da 12 anni. Pentirmi di cosa – aggiunge -, il mio cambiamento l’ho fatto mentalmente e moralmente perchè è una vita che non fa per me, un tunnel senza uscita e ne vorrei uscire tranquillamente con la mia dignità e l’umiltà, con l’amore che che c’è ancora in me”.

Ringrazia “per il sostengo morale, grazi a tutti i radicali, all’associazione “Nessuno tocchi Caino”, Rita Bernardini, Elia ed Elisabetta e a tutti gli operatori di questo carcere che ci hanno dato la possibilità di essere qui”.

Poi attacca:  “Sono nato a Catanzaro il 4 dicembre 1951. Sono detenuto da oltre 30 anni, di cui 12 anni in As1 e un pò tempo al 41 bis a causa di un procedimento da cui sono uscito assolto per non aver commesso il fatto. Avrei preferito tornare in As3 perchè c’è spazio per agire e farmi conoscere ma sono 12 anni che sono in questo circuito. Mi viene detto che sono un 41 bis e quindi sono in As1. In altri istituti avevo avuto richiesta del magistrato di sorveglianza e del direttore per un circuito più aperto e invece mi trovo ancora qui”.

E ancora: “E’ la prima volta che parlo in pubblico e forse non sono stato capace di parlare e con gli operatori e i rappresentanti. Ho pensato molto al mio vissuto in questo tempo – ammette il settantunenne catanzarese che ha già scontato una condanna definitiva per associazione mafiosa – e ho avuto modo ripensare al mio passato e al mio comportamento e ho cambiato il mio punto di vista e non mi sento più l’uomo che ero quando sono entrato in carcere”.

E prosegue: “Non sono mai stato molto bravo con le parole e delle volte non riesco a spiegare ciò che provo e questo può far sembrare che non sento emozioni. Quando l’avvocatessa si è messa a parlare e gli scendevano le lacrime mi sono dovuto alzare il bavero perchè piangevo più di lei. Per il mio passato e il mio vissuto sento un’emozione dentro di me che rischia di sopraffarmi e cerco sempre di andare avanti senza dare molto spazio. Questo mio modo di essere non favorisce il mio rimorso e la tristezza del mio passato ma ciò che provo è un rammarico vero e sentito. Per questo modo di essere non riesco a proseguire con il mio percorso trattamentale e sono fermo su questo binario morto. Il carcere mi ha dato la possibilità di ripensare al mio passato e di rinascere come uomo migliore ma oggi mi sento abbandonato a me stesso e ai miei pensieri”.

E fa una chiara richiesta: “Vorrei proseguire con il mio percorso e portare avanti il lavoro che ho frequentemente svolto fino ad oggi. Mi auguro che presto il mio cammino riprenda da dove si è interrotto per raggiungere nuovi importanti traguardi. Vorrei ritornare al percorso trattamentale precedente al 41bis”.

Costanzo riprende: “Sono stato anche a Pianosa e ho fatto quasi 40 anni di carcere. Ma non è la depressione che ti porta a riflettere. L’educatrice Rossi riesce a farti aprire e di fronte a queste persone io divento un “tappetino”, ma quando vedo l’aggressività come il 41 bis mi ha fatto diventare quasi com’ero prima di entrare in carcere. E quindi, arrivando qui ero arrabbiato, tuttavia mi sono detto che a questo gioco non ci sto più e voglio tornare a quel percorso che ho fatto nel carcere di Spoleto dove c’era il dottore Ernesto Padovano, persona brillantissima, che sa metterti a tuo agio, con umiltà, saggezza, amore. Così, come mi ha fatto piangere la dottoressa Sabrina – rimarca con la voce rotta dall’emozione – perchè il male produce sempre altro male, l’umiltà è amore, sensibilità ed io vorrei assaporare queste emozioni”.

Poi dice: “Non sta a me giudicare, ma se presento qualche permesso il trattamento dice: elemento esemplare, mentre l’informativa della Dda di Catanzaro invece: guai se Costanzo esce dal carcere. E quindi – osserva – se dopo 30 anni non riesce a rieducarmi e a riportarmi nella società è un fallimento. Io sono questo: ditemi cosa devo fare, cosa devo aggiungere. Pentirmi di cosa? Il mio cambiamento l’ho fatto mentalmente e moralmente perchè è una vita che non fa per me, un tunnel senza uscita e ne vorrei uscire tranquillamente con la mia dignità e umiltà con l’amore che nutro e che c’è ancora in me”.

TAG: Gino Costanzo, ndrangheta, Nessuno tocchi Caino, Spes contra Spem
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